Com'è sensuale monsieur Pennac

Il protagonista di «Storia di un corpo» è l'organismo umano: dall'adolescenza alla vecchiaia

Tutti «parlano del più e del meno, delle emozioni, dei sentimenti, di storie di amicizia, di amore, di tradimento, giustificazioni a non finire, quel che pensano degli altri, quel che credono gli altri pensino di loro, i viaggi che hanno fatto, i libri che hanno letto, ma non parlano mai del loro corpo». Se non in forma esteriore, estetica, bidimensionale, incorporea, irreale, superficiale. D'altra parte, come spiegò lo storico Philippe Ariès, la morte è il vero tabù della modernità, la tragedia di una specie che si vorrebbe eterna, e il corpo è l'oggetto di ogni piacere e ogni nostra paura.
Ecco perché il nuovo romanzo di Daniel Pennac è la Storia di un corpo (Feltrinelli, pagg. 341, euro 18, in uscita il 24 ottobre), o meglio, in originale, un Journal d'un corps, il diario segreto che una certa Lison, amica dello scrittore, si vede consegnare dal notaio dopo la morte del padre, per espressa volontà dello stesso. Pennac, oltre a far uso del journal, genere collaudato della tradizione narrativa francese (i francesi sono gli unici che sanno fare buon uso dell'arte del frammento), riprende l'espediente romanzesco del manoscritto ritrovato, con una breve introduzione d'autore e d'«autofiction». Questa storia, dunque, ha inizio a 12 anni, 11 mesi e 18 giorni, nel 1936, e termina a 87 anni e 17 giorni, nel 2010, con la morte del protagonista, e è tanto divertente, emozionante, quanto commovente, e infine straziante, come è la vita.
Dall'adolescenza alla senescenza, splendori e miserie del corpo umano in uno splendido libro, un piccolo capolavoro, una specie di Everyman di Philip Roth ma riscritto con la leggerezza e l'inventiva di Mark Twain o Lawrence Sterne. E che scioglie una volta per tutte il nodo che la biologia evolutiva e le neuroscienze hanno sciolto da tempo (non i nostri letterati né i nostri intellettuali, ahimé), il dualismo cartesiano tra anima e corpo: noi siamo il nostro corpo, cogito ergo sum ma, senza corpo, né cogito né sum, e il resto sono favole.
E quindi si comincia dall'emozione delle prime esplorazioni allo specchio, le prime intermittenze del cuore, e presto le prime polluzioni notturne, con un padre che te le spiega così: «Eiaculazione, ragazzo mio. Se ti succede di notte non aver paura, non hai ricominciato a far pipì, è il futuro che arriva». Il corpo come territorio meraviglioso da scoprire attraverso i sensi, ogni sensazione rigorosamente annotata, come l'accorgersi che ci si sveglia sempre attraverso un solo senso, inventandosi uno strepitoso esperimento per svegliarsi con i cinque sensi contemporaneamente: «Malemain mi ha scosso, Rouard mi ha infilato un cucchiaio di aceto in bocca, Pommier mi ha abbagliato con una torcia, Zafran mi ha messo un tampone di ammoniaca sotto il naso mentre Etienne gridava il mio nome all'orecchio». Da non ripetere, perché il protagonista finisce in ospedale quasi in coma. Meglio cimentarsi con la masturbazione e «il passaggio dell'equilibrista», per ritardare l'orgasmo.
Ma il vero passaggio dell'equilibrista di Pennac è quando il protagonista passa all'età adulta, e di pagina in pagina scorrono gli anni: lo aspettiamo al varco di un errore, di un cambio di registro forzato, invece tutto accade con naturalezza, senza accorgersene. L'unica costante è lo studio delle proprie sensazioni, l'annotazione dei mutamenti del proprio corpo, l'essere scienziati e cavia di se stessi. Dalle piccole cose, come l'idiosincrasia di lavarsi i denti («Elevata qui al rango di metafisica. Lavarmi i denti è l'anticamera dell'identità. C'è solo la messa che mi annoia di più») a una leggera inquietudine esistenziale che comincia a affacciarsi già nei punti neri, quando ci si accorge che «l'invecchiamento non è altro che un fenomeno di ossidazione generalizzata. Noi arrugginiamo».
E così lentamente, inesorabilmente, arriva il decadimento, e le mille piccole tecniche di sopravvivenza a cui ci porta la rassegnazione, senza mai perdere l'insopprimibile ritorno del bisogno di giocare, di non demordere, di sopravvalutare le proprie forze cadendo rovinosamente, quando di compleanno in compleanno perfino a sessant'anni continuiamo a essere soggetti a questi attacchi di infanzia, siccome «fino alla fine il bambino rivendica il corpo». E poi il calvario delle operazioni chirurgiche, l'arte di imparare a sopportare il dolore, in fondo «controllare il dolore significa accettare il reale per quello che è». Tra nuove ipocondrie, vecchie paure, e poche fobie igieniste come lavarsi le mani in continuazione, nella certezza che «il nemico che mi ucciderà è già dentro di me». Basta un dente che si rompe senza ragione: «il vero inizio della vecchiaia. Questa rottura spontanea. Unghie, capelli denti, femore, la nostra carcassa si sbriciola», e in tutto questo, tenerissimo e bellissimo, pur nello sfasciamento dei corpi, l'amore monogamo tra il protagonista e Mona, e la fortuna di vivere molto, e la sfortuna di vivere troppi lutti. E vivere con la paura della perdita della memoria, il cervello che perde i colpi e quindi anche l'anima (come concilieranno i metafisici l'anima con l'Alzheimer?), la quotidianità scandita dal risultato delle analisi, l'incubo del PSA, l'intervento alla prostata, il catetere e quelli che pensavano «Io mi sparerei!» mentre invece era solo «l'eroismo della buona salute».
Gli anni scorrono sulla pelle del lettore nell'arco di oltre trecento pagine e Pennac è abilissimo nel modulare il registro, nel restituire il senso di una vita intera, la sottile angoscia con cui, alla fine, malgrado tutto, si tira avanti. Ottantasette anni di solitudine, strappandoci tuttavia sempre un sorriso, per quanto amaro. Frutto di adattamenti di milioni di anni, l'essere umano vive adattandosi anche all'interno di una singola vita, giorno per giorno: lo insegna Proust, e il discorso lo riprende Pennac. Perché «noi diventiamo le nostre abitudini», perché «nessuno vive in uno stato di stupore permanente», perché «siamo comunque figli del nostro corpo, figli disorientati», perché certi cambiamenti del corpo «fanno pensare a quelle vie che percorri da anni. Un bel giorno un negozio chiude, l'insegna è scomparsa, il locale è vuoto, c'è un cartello affittasi, e ti domandi cosa c'era prima, cioè la settimana scorsa».