La vera festa di Giuseppe Verdi? È in Austria

Anche il prestigioso Festival di Salisburgo rende omaggio al bicentenario della sua nascita

Anche il prestigioso Festival di Salisburgo rende omaggio al bicentenario della nascita di Giuseppe Verdi, affidando le sue opere a quanto di meglio, piacenti o nolenti, offra oggi il panorama direttoriale.

Non è un fatto determinato solo dall'attenzione con la quale il governo e gli enti locali austriaci spendono i soldi dei contribuenti. La crisi in Italia non è solo frutto di ignorante sfiducia della «politica» verso il teatro in musica, ma anche di malintesa e confusa organizzazione musicale.

Alcuni reggitori teatrali nostrani pensano che Verdi (e il repertorio italiano) sia cosa «facile»: poche prove di sala e di lettura e bacchette acerbe che si bruciano come zolfanelli a contatto con l'incandescente materia musicale verdiana. Salisburgo, al contrario, affida Falstaff a Zubin Mehta, Messa da Requiem e Nabucco a quello che oggi è considerato nel mondo il nostro maggior interprete verdiano, Riccardo Muti, e Don Carlo ad Antonio Pappano. Fatti che parlano da soli. E dunque, a Salisburgo, non sorprendono né assenze di teatri blasonati, né il meritato lustro dato alle istituzioni musicali della Capitale, a Riccardo Muti e Teatro dell'Opera di Roma, senza dimenticare l'invito ad Antonio Pappano e ai complessi artistici di Santa Cecilia per l'omaggio al centenario di Benjamin Britten. Questa presenza così qualificata di Verdi a Salisburgo è un merito da ascrivere ad Arturo Toscanini.

Negli anni Trenta (secolo scorso), invitato dal Direttorio del Festival (nomi di un certo peso: Richard Strauss, Bruno Walter, Max Rheinhardt) ad indicare un'opera di suo gradimento per la stagione successiva, Toscanini scelse il Falstaff. Al nome di Verdi sentì un certo imbarazzo. I grandi artisti suddetti, votati al culto di Mozart e delle «vette» del sinfonismo austro-tedesco, storcevano il naso verso il compositore italiano allora considerato mero zum-pa-pà. Toscanini, ignaro che si potesse nutrire un minimo pregiudizio sull'estremo capolavoro verdiano, credette che le riserve del Direttorio fossero dovute alla «difficoltà» di ben eseguire un'opera come il Falstaff. Il grande direttore li rassicurò che avrebbe saputo far suonare bene i Filarmonici, tanto più che qualcuno lo aveva informato che avevano già suonato l'opera (a Vienna) con Clemens Krauss.

«Meglio - tagliò corto Toscanini - così conoscono già i passi». Quel Falstaff dimostrò su campo non solo che eseguire Verdi era molto difficile, ma che si trattava di un compositore degno di stare accanto a chiunque. Herbert von Karajan iniziò il suo dominio a Salisburgo proprio con quell'opera, in esplicito omaggio a Toscanini e a Verdi. Ricordare la storia ci insegna a capire gli impegni del presente, non sempre onorati a dovere. Salisburgo ha fatto e farà a Verdi gli onori di casa. Muti e orchestra oggi saranno ambasciatori di una intera nazione. Questa festa merita la nostra più alta riconoscenza ma lascia anche l'amaro in bocca: quante occasioni vogliamo sprecare in Italia?