Il comunista conservatore e la sua guerra civile punk

Un nonno gerarca e i suoi assassini, il socialismo reale in Emilia negli anni Venti, le famiglie patriarcali L'ex chitarrista di Cccp e Csi racconta il sangue dei vinti e dei vincitori. Con poesia ma senza retorica

Non vorrei elogiare un libro di Massimo Zamboni, io tengo per l'altra metà della carismatica coppia dei CCCP-CSI, ossia per Giovanni Lindo Ferretti, per il cantante ritornato cattolico e non per il chitarrista rimasto piuttosto comunista. Oltre che politica e religione ci dividono vecchissime incomprensioni di quando abitavamo entrambi a Reggio Emilia, e incomprensioni più nuove legate alla biografia che ai due musicisti ha dedicato Michele Rossi. Detto questo, L'eco di uno sparo (Einaudi, pagg. 194, euro 18,50) è il primo testo letterario italiano pubblicato nel 2015 che sia riuscito a leggere fino in fondo. E io leggo molto e siamo già ad aprile.

Mi ha catturato forse per lo stile? Anche per quello, che ricorda abbastanza inevitabilmente Ferretti e inoltre, un po' meno inevitabilmente, il Bertolucci della Camera da letto , Attilio. È la prosa contratta di chi ha letto poesia, molte frasi sembrano pronte per essere smontate e diventare versi. Davvero non pensavo che Zamboni, un punk non del tutto ex, uno che mai ha dato l'impressione di assegnare valore alla forma delle cose, siano queste musica, abbigliamento o capelli, potesse scrivere così bene.

Mi ha preso la storia? Non che sia nuovissima, abbiamo tutti perso il conto dei libri sulla guerra civile, le sue premesse e i suoi strascichi. Allora è stata la pietà: il comunista Zamboni racconta la storia della sua famiglia fascista («Tutto il mio ramo materno aderirà in massa alla RSI») stando bene attento a non disonorare i padri, gli avi. Racconta innanzitutto del nonno Ulisse, Ulisse Colla, nel '22 squadrista e nel '44 piccolo gerarca di provincia, segretario del fascio di Campegine, e di come venne ammazzato con quattro pallottole nella schiena mentre stava pedalando a Reggio Emilia. Per via di matrimonio faceva parte di una famiglia molto benestante di macellai e commercianti di bestiame. In un bollettino del CLN che suona come una condanna a morte i Bergomi vengono definiti «già profittatori della scorsa guerra. Grandi proprietari terrieri». Zamboni ogni tanto si ricorda delle sue simpatie politiche e quindi si entusiasma ricordando che i socialisti conquistarono Reggio già nel 1889 con tutto un programma di municipalizzazioni, una sorta di comunismo in un solo Comune riguardante farmacie, panetterie, latterie, macellerie, salumerie, rivendite di legna e carbone. Leggi L'eco di uno sparo e capisci come sia stato possibile che nel '22 chi teneva alla libertà d'impresa abbia salutato il fascismo come una liberazione.

Va molto meglio quando l'autore dimentica le ideologie e si commuove e commuove davanti alla realtà, davanti ai registri parrocchiali dove scopre che per secoli le sue antenate hanno partorito mai meno di otto figli. «La forza di quelle donne doveva essere straordinaria». Davanti ai «nomi familiari che si ripetono e migrano tra le generazioni come in un romanzo fluviale sudamericano». Davanti ai racconti nostalgici dei vecchi, attoniti di fronte alle odierne famiglie mononucleari: «Raccontano ancora oggi che nel '28 erano in 28 seduti attorno a quel gran pezzo di albero». Davanti ai libri di ricette di casa grazie ai quali ricostruisce un pranzo memorabile: «Brodo di cappone, brodo con l'occhio - il grasso che galleggia sull'oro liquido di manzo e gallina - dove cuoceranno cappelletti o pasta reale. Oppure verranno serviti tortelli d'erba? Lasagne? Carne certamente, ossessione della famiglia, carne lessata con salsa verde di prezzemolo e uova, carne arrosto accompagnata da cipolline in dolce e brusco, cacciagione con salsa di carote, flan di spinacci. Un tocco di Parmigiano per avvicinarsi alla conclusione. Il Dolce Amore, la Zuppa inglese, il Salame dolce di cioccolatto. Nocino per chiudere, e caffè di Mokka». Con arguzia definisce questo ben di Dio «la cucina etnica di casa nostra», ed effettivamente nella multicolorata Reggio, una delle città più invase d'Italia (io nel tragitto dalla stazione al centro a volte non incontro una faccia italiana che sia una), è più facile trovare spaghetti di soia che pasta rasa in brodo di cappone.

Zamboni scrive dell'uccisione del nonno durante la guerra e dell'uccisione degli uccisori del nonno dopo la guerra, un regolamento di conti avvenuto fra ex partigiani addirittura nel '61, tanto per dire che nido di vipere è stata la Resistenza. Una vicenda con risvolti ancora misteriosi che tali resteranno perché L'eco di uno sparo non è un giallo e alla fine non c'è nessun investigatore che risolve il caso. Alla fine di questo libro onesto e poetico c'è una visita dai toni foscoliani al cimitero Monumentale di Reggio Emilia. «Il ciclo della vendetta e dei soprusi è terminato» e comunque «possiamo dire casa soltanto quel paese dove riposano i nostri morti». Comunista sì, Zamboni, ma conservatore, e capace di onorare tutti i morti di tutte le parti di una guerra tutta sbagliata.