Così iniziò l'eterno derby Italia-Germania

Economisti come Pantaleoni criticarono la invadente economia politica tedesca fin dall'inizio del Novecento

La supponenza e l'arroganza con la quale molti esponenti politici tedeschi di oggi - a cominciare dal ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble per finire con la stessa Angela Merkel - parlano dell'Italia affondano le radici lontano nel tempo. Accanto a una ammirazione, non esente da invidia, per le bellezze del nostro paese, si ritrovano, nelle parole di moralisti e politici teutonici, gli ingenerosi e ingiusti stereotipi che presentano gli italiani come indolenti, inaffidabili e tendenzialmente truffaldini, solo interessati agli spaghetti e alla chitarra. L'ultima offesa è di questi giorni e viene dal commissario europeo all'energia, Günther Öttinger, che ha paragonato gli italiani, quanto a governabilità, ai bulgari e ai romeni. Il disprezzo teutonico per gli italiani è, dicevamo, cosa antica, anteriore persino all'unificazione. Durante il suo secondo viaggio in Italia, per esempio, nel 1790, Wolfgang Goethe compose alcuni versi che offrono una chiave di lettura di tale sentimento: «L'Italia è ancora come la lasciai, ancora polvere nelle strade, ancora/ truffe al forestiero, si presenti come vuole./ Onestà tedesca ovunque cercherai invano, c'è vita e animazione/ qui, ma non ordine e disciplina; ognuno pensa per sé, è vano, /dell'altro diffida, e i capi dello Stato, pure loro, pensano solo per sé».

Eppure, all'epoca della nascita della Germania moderna dopo la guerra franco-prussiana, vi fu chi guardava all'Italia e ai suoi politici come a un modello. Il parallelo fra Cavour e Bismarck era ricorrente: emblematica è la biografica dedicata da Heinrich von Treitschke allo statista piemontese. Per converso, nell'Italia postunitaria, la Germania bismarckiana venne percepita come polo di riferimento politico, economico e culturale. Ben presto, però, in settori consistenti dell'intellettualità e del mondo politico, l'influenza tedesca, soprattutto in campo economico, cominciò a essere contestata dando origine a quel sentimento di rigetto, ora indagato con finezza da Federico Niglia in un bel volume, dal titolo L'antigermanesimo italiano da Sedan a Versailles (Le Lettere, Firenze, pagg. 140. euro 16), che ricostruisce la genesi di questo animus nel quadro dei rapporti italo-tedeschi.

È soprattutto nell'ultimo scorcio del secolo XIX e all'inizio del nuovo fino alle soglie del primo conflitto mondiale che l'antigermanesimo si affermò diventando (con alcune significative eccezioni, a cominciare da Benedetto Croce) una sorta di paradigma. Nel 1909 apparve un saggio, Per l'italianità del Gardasee, scritto da un giornalista, destinato a diventare presto una personalità del mondo politico, Luigi Federzoni, che allora utilizzava lo pseudonimo Giulio De Frenzi. Il libro denunciava, statistiche alla mano, un processo di «germanizzazione ad oltranza» del lago di Garda. Il sociologo trentino Scipio Sighele accennò nella prefazione al «pericolo pangermanista» e scrisse che vedeva «ogni giorno calare dal nord i tedeschi con la loro pesante regolarità di soldati che pare obbediscano a un ordine di conquista anziché avviarsi a un viaggio di divertimento».

Il saggio di Federzoni non era isolato. Faceva parte di un ricco filone polemico che, per un verso, contestava la germanizzazione del paese sotto il profilo culturale e, per altro verso, esprimeva i timori per una penetrazione dei capitali e dell'industria tedesca percepita come espressione di un disegno colonizzatore dell'economia italiana. Proprio contro il «germanesimo economico» si pronunciarono importanti economisti di scuola liberista, primo fra tutti Maffeo Pantaleoni. Sotto accusa, in particolare, era il ruolo della Banca Commerciale Italiana, la Comit, vista come strumento della finanza tedesca per acquisire attività produttive italiane. L'antigermanesimo del secolo scorso è roba passata. Ma, oggi, un sentimento analogo comincia a diffondersi, diventando di giorno in giorno sempre più consistente, a fronte dei diktat economici della Germania di Angela Merkel. Ma anche a fronte degli insulti gratuiti di quegli esponenti del mondo politico tedesco che continuano a manifestare il loro disprezzo per gli italiani a base di abusati luoghi comuni.

Commenti

cgf

Ven, 07/06/2013 - 09:41

ma chissà perché è sempre di più preferito il filetto alla Rossini che quello alla Bismarck. BTW le cronache del tempo dicono che ne mangiava anche una dozzina alla volta, la morale era *chi lavora molto deve nutrirsi bene*...... non era così nelle miniere di carbone e ferro della Ruhr!