Ecco la rivincita dell’anticapitalismo Ma di destra

Il politologo Galli ricostruisce le critiche «conservatrici» al liberomercato

L’ anticapitalismo di destra festeggia uno dei suoi ciclici ritorni al successo. Giorgio Galli, nell’acuto saggio L’anticapitalismo di destra con Luca Gallesi, Oaks editrice, pagg. 88, euro 12) ne ripercorre la lunga storia. Centrale, nel libro, è la teoria di pensatori americani come Brooks Adams. La tesi dello studioso è che il populismo oggi vincente in molti Paesi, incluso il nostro, sia strettamente intrecciato alla critica del capitalismo da destra. Proprio qui Galli deve affrontare un problema: il mondo dell’anticapitalismo destrorso non ha mai prodotto una teoria organica. Ha dunque un aspetto «camaleontico». Per restare all’Italia del XX secolo, la definizione più convincente è stata formulata da Marco Tarchi su Diorama, la rivista della Nuova Destra. Scrive Tarchi: «I modi di vita, le conoscenze, le competenze si trasmettono dall’una all’altra generazione attraverso le culture popolari, quelle che sono ideate e fatte proprie dai popoli, cioè da aggregati umani ben definiti, insediati in specifici territori e capaci di costituire un senso “comune e condiviso” delle loro azioni... Difendere questo patrimonio significa perciò anche preservare i popoli che lo coltivano dalle minacce di snaturamento e sradicamento culturale... e i cittadini comuni che, come ha acutamente notato il politologo Dominique Reynié coniando la categoria di “populismo patrimoniale”, promettono di difendere contemporaneamente due patrimoni, quello materiale del “tenore di vita” legato ai posti di lavoro, al reddito, alla sicurezza di un’abitazione stabile; e quello, immateriale, del “modo di vita”, legato a “un privato domestico e ordinato”, fatto di tradizioni e abitudini ereditate, “che si vuol preservare per goderne più a lungo”. Due patrimoni minacciati da una massa di nuovi arrivati disposti a tutto – a partire dall’accettazione di condizioni inumane di lavoro – pur di procurarsi di che vivere». In generale l’anticapitalista di destra è contrario alla globalizzazione per i motivi descritti alla perfezione da Tarchi. Non accetta che l’economia prenda il sopravvento sulla politica. Disprezza il capitalismo finanziario che considera usura. Vorrebbe riportare nell’ambito statale i servizi fondamentali. Chiede di uscire dall’euro per riprendere il controllo della propria moneta, necessario per rifondare la sovranità perduta. Rifiuta il socialismo perché materialista e illusorio. Lepre e tartaruga possono partire con pari opportunità ma tutti sanno chi arriverà primo al traguardo. Non è colpa della lepre se possiede muscoli guizzanti, e neppure di chi l’ha messa al mondo. Il comunismo inoltre vuole uniformare ma gli uomini nascono diversi l’uno dall’altro. Il governo Conte mescola tratti di anticapitalismo di destra e di sinistra, anche se alcune componenti leghiste provengono dalla frammentata galassia liberale. Dal punto di vista storico, la «Digressione» di Luca Gallesi coglie un punto che pare fondamentale: la reazione di fronte alla Prima guerra mondiale. I giovani sono stati macellati al fronte e i vecchi borghesi ora vorrebbero riprendere i loro traffici come nulla fosse. Non se ne parla. I reduci hanno visto in azione la civiltà delle macchine al servizio dello sterminio di massa, una civiltà che umilia l’uomo riducendolo a indistinta carne da cannone. È tra gli ex reduci che si hanno le prime grandi espressioni di populismo anticapitalista. Il calcio d’inizio è l’impresa di Fiume: individualismo, spiritualismo, disprezzo per le convenzioni borghesi, rifiuto del capitalismo in quanto prodotto delle nazioni del Nord imposto agli italiani, popolo di agricoltori e commercianti, per soffocarne l’identità. La Costituzione dannunziana tutelava la proprietà privata ma solo a patto che fosse produttiva. Per intenderci: non coltivare un campo significava rischiare l’esproprio. Spinte anti-capitaliste affiorano anche nel fascismo delle origini. All’estero non è molto diverso. Basti pensare al fascismo socialista di Pierre Drieu La Rochelle. Ma anche figure più complesse come Georges Bernanos hanno affrontato il problema, proponendo una distinzione tra liberalismo come limitazione del potere statale (buono) e liberismo (cattivo). La crisi dei subprime e le migrazioni di massa hanno riaperto la discussione. Come confermato dai risultati delle urne.