Essere "impegnati" è sempre un affare

Quando Gallimard preferiva Hamp a Proust

«I pregiudizi ideologici in Italia e in Francia trattano la letteratura e le arti come discipline che devono analizzare situazioni, sollevare temi e problemi, indicare soluzioni alle autorità, anche additare piaghe e compilare ricette...» scriveva Alberto Arbasino in Fratelli d'Italia negli anni Sessanta. È l'idea dell'Impegno, che va avanti da oltre un secolo, da Marx a Gramsci (il quale lanciò il concetto di «intellettuale organico») fino ai tempi nostri, abbassando la letteratura a una questione pratica e morale.

Con una costante: tanto più gli scrittori e gli artisti si sono impegnati nel sociale, tanto meno hanno prodotto opere immortali. Per una semplice ragione: le opere immortali sono tali perché universali, non sono programmi di partito o verbali di riunioni della Cgil. E non sono neppure tenute a essere moralmente buone. In Italia ci sono cascati sempre e tutti, prendendo a modello il santino di Pier Paolo Pasolini. Di cui non c'è un solo romanzo che oggi sia leggibile, però si ricordano gli editoriali, la presa di posizione sui poliziotti, il discorso sulle lucciole e quello dell'«io so» (tra l'altro bel discorso garantista: «io so, ma non ho le prove, però processiamoli tutti»). Tra l'altro non si è mai capito come mai se sei così impegnato socialmente anziché scrivere un romanzo non ti metti a fare il politico, il magistrato, il sociologo, il prete, il sindacalista, fosse pure lo spazzino. In ogni caso essere impegnati, paradossalmente, è sempre stato un business: basti guardare le carriere di autori che non hanno mai scritto un capolavoro che sia uno, perfino autorini d'oggi socialmente pontificanti come Nicola Lagioia, premiati con lo Strega e con la direzione del Salone del libro, insomma se sei impegnato hai la carriera assicurata. A nessuno darebbero mai una trasmissione televisiva in prima serata per leggere, che ne so, Madame Bovary, magari per farti vedere che anche le donne sono stronze e non solo #metoo o le omelie da parrocchia femminista di Michela Murgia (finita pure sulla copertina dell'Espresso con il titolo «Ribelliamoci!»), macché. Meglio Alessandro Baricco, a cui la Rai dà due ore per leggere Furore di Steinbeck, purché declinato come morale sui migranti, così è un discorso impegnato. Come impegnatissimo è Roberto Saviano, impegnato a combattere la mafia, con romanzi che tra vent'anni nessuno si ricorderà più, ma al contempo vendendo i diritti di Gomorra a Netflix (immaginatevi Falcone o Borsellino scrivere romanzi per farne delle serie di successo, non penso nessuno li avrebbe fatti saltare in aria, anzi gli avrebbero detto grazie per la pubblicità, senza neppure chiedergli un pizzo sui diritti). È un'idea in cui è cascata di converso anche la destra, per reazione (non per altro è reazionaria): a sinistra si elogiavano Sartre e Zola, a destra per anni sono esistiti solo Pound, Céline, Jünger, Evola e via dicendo, giusto perché impegnati dall'altra parte. Come se poi Musil, Kafka, Joyce, ma perfino Shakespeare o Dante, non potessero essere portati a esempio contro l'impegno monotematico degli impegnati. Come se Cervantes, il fondatore del romanzo moderno, anziché scrivere un capolavoro come il Don Chisciotte, fosse tornato dalla battaglia di Lepanto e avesse scritto Fanculo ai turchi, chi se lo ricorderebbe più. Intanto a sinistra ci si è impegnati nel fare diventare un genio come Leopardi un marxista, altrimenti non lo si capiva, si veda il saggio Leopardi progressivo di Cesare Luporini. A destra (ma anche a sinistra) si rispondeva con Nietzsche riducendolo a un precursore del fascismo. Non a caso le grandi dittature hanno sempre odiato il disimpegno sociale, il volare alto, non il basso impegno politico, che anzi doveva essere esplicito: i futuristi iniziarono come simpatizzanti del fascismo, ma furono subito riportati al realismo dal fascismo una volta al potere, come anche i suprematisti russi dal comunismo di Stalin, e Adolf Hitler mise al bando come Arte degenerata i quadri di espressionisti e astrattisti, perché il messaggio sociale non era chiaro. I critici marxisti, agli impressionisti hanno sempre preferito quadri come Il quarto stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo, un gruppo di braccianti schierati in una marcia di protesta in piazza, che sarà pure impegnato ma artisticamente fa cagare.

Mentre fuori dalle dittature il business dell'impegno è sempre stato assicurato, anche prima del secondo dopoguerra. Nessuno oggi si ricorda di Pierre Hamp, per esempio, ma negli anni Dieci e Venti spopolava. Hamp era il Saviano dell'epoca, a tal punto che se ne lamentava Marcel Proust con il suo editore Gallimard, perché Gallimard tutta la pubblicità la investiva nei romanzi operaisti di Hamp e non sulla Recherche, che avrebbe cambiato la storia della letteratura mondiale. A proposito della Recherche: non c'è traccia della prima guerra mondiale, durante la quale fu scritta. Mentre Proust se ne stava rinchiuso in una stanza rivestita di sughero a scrivere il capolavoro di tutti i tempi, sul fronte c'era per esempio Emilio Lussu, che poi scrisse Un anno sull'Altipiano, un libro di memorie dignitoso, per carità, ma all'università non capivo perché ci si dovesse perdere tanto tempo in corsi di letteratura e non, al massimo, di storia. Poi ho capito: i corsi li tenevano docenti marxisti come Alberto Asor Rosa (autore di Scrittori e popolo, un titolo un programma) e Lussu era antifascista, e è stato pure parlamentare e ministro, ha fatto carriera. Insomma, era uno impegnato.