Cattelan: "Fare mostre è come governare il caos"

L'artista italiano più famoso sarà curatore di un'esposizione a Torino: "Ma alla fine resto un creativo"

Maurizio Cattelan si è affermato con opere provocatorie, inizia a Torino la sua attività di curatore

Lo ha convinto Sarah Cosulich Canarutto, la bionda direttrice di Artissima , a tornare in pista, seppure dall'altra parte della barricata. Non più artista ma curatore. E così tra un paio di settimane la fiera d'arte contemporanea di Torino si trasformerà in un film tutto nuovo: Maurizio Cattelan 2. Il ritorno. Insieme a due giovani critiche, Myriam Ben Salah e Marta Papini, si è inventato il progetto Shit and Die , ispirato alla frase di un'opera al neon di Bruce Nauman, di cui non ha voluto svelare molto tranne l'elenco degli artisti. Ma si sa che la mostra indaga nel cuore della città piemontese e nei suoi lati più nascosti. L'opening -fissato per mercoledì 5 novembre- si annuncia come l'evento artistico dell'anno, e ben oltre la durata della fiera, fino all'11 gennaio 2015 Palazzo Cavour sarà teatro dell'ultima trasformazione del Maurizio Nazionale. In questo suo nuovo ruolo Cattelan sembra per altro molto a proprio agio e accetta di rispondere ad alcune domande per Il Giornale :

Cattelan, lei ha riscoperto una Torino nera e magica, nella tradizione più oscura e surreale che va dal Liberty a Fruttero e Lucentini. Che impatto ha avuto con la città?

«Quest'estate ho visitato un vulcano, l'impressione che mi ha fatto Torino non è tanto diversa: qualcosa ribolle sotto la superficie e potrebbe sempre essere sul punto di esplodere... Tutte le persone che ho incontrato sono state molto gentili, dai tassisti ai direttori dei musei. Rimane comunque il dubbio che quelli che hai conosciuto condividano dei segreti che nessuno ti sussurrerà mai all'orecchio. La definirei una cortese riservatezza sabauda».

A Torino ci sono collezioni strane, come il museo Lombroso e luoghi inquietanti, ad esempio le secrete della Gran Madre per cui si favoleggiano messe nere? Come ha scelto le opere dalle collezioni e questi scenari così particolari.

«Se fosse spiegabile probabilmente non sarebbe così affascinante... Le due curatrici e io abbiamo visitato solo una piccola percentuale delle collezioni torinesi, e già così avremmo avuto abbastanza materiale per fare due mostre senza aggiungere nulla. Il criterio di scelta che ci ha guidato è stata la totale arbitrarietà, unita all'indifferenza se l'oggetto fosse o meno un'opera d'arte. Diciamo che in questi mesi il motto è stato “basta che funzioni”».

Un omaggio importante ad Aldo Mondino, un vero outsider. Sono passati dieci anni dalla morte e forse è giunta l'ora di una rilettura per questo artista così oltre le regole che Torino sembrava ignorare.

«Ci interessava celebrare quel periodo, gli anni sessanta, da un punto di vista diverso dal solito: nell'opera di Mondino si racchiudono molte delle suggestioni che attraversano la mostra stessa. Dall'interesse per il misticismo, alla passione per i ritratti, dall'arte applicata elevata al grado di arte ambientale all'ironia, al rapporto dialettico con l'Arte Povera: sono tutti temi che possono offrire chiavi di lettura dell'intera mostra».

Ha intercettato diversi architetti, tra cui Gabetti&Isola e Carlo Mollino. Che rapporto c'è tra l'arte e l'architettura sabauda del '900?

«Mi è sembrato di intuire che il punto forte dell'architettura torinese sia la fascinazione per l'utopia. Gli architetti in mostra hanno creduto fermamente nella forza del proprio progetto e lo hanno realizzato in modo metodico, a tratti ossessivo, studiandolo fino all'ultimo dettaglio. Mollino aveva disegnato per se stesso una casa perfetta, una tomba da faraone egizio lasciata disabitata, pronta per essere utilizzata nell'aldilà; la cosiddetta Talponia è il modello ideale del nucleo abitativo, organizzato perfino nella scelta limitata di poster che i lavoratori della Olivetti potevano appendere in casa. D'altronde il simbolo di Torino, la Mole Antonelliana, da progetto doveva essere di 47 metri ed è finita per essere di 167... Forse l'Arte Povera è stata anche una “reazione” a questa sotterranea megalomania e ossessione per il controllo».

È più difficile produrre un'opera o scegliere quelle degli altri?

«Sarebbe come cercare di confrontare un padre adottivo a un padre biologico: sono due cose semplicemente molto diverse, entrambe difficili da fare bene. Ma non si può negare che il seme sia sempre quello del genitore biologico, ovvero dell'artista: senza quello non esisterebbero neanche i padri adottivi, per rimanere in metafora».

Lo rifarà?

«Per certi aspetti il curatore è uno che, se è in gamba, riesce a rendere leggibile il caos. Per quanto io sia ordinato, non lo sarò mai a tal punto da essere curatore a tutti gli effetti: non posso rinunciare ai momenti di pura perdita del controllo».