La filosofia sfida la medicina una questione di vita e di morte

In un serrato botta e risposta Umberto Veronesi e Giovanni Reale si confrontano sulla bioetica. E da punti di vista diversi difendono la libertà dell'individuo

Nascita, matrimonio e morte sono stati per millenni i sacri cardini della vita personale, famigliare e comunitaria. Nell'arco di pochi anni i tre eventi decisivi su cui si fondava ogni civiltà sono stati depotenziati, stravolti e negati. La denatalità e l'aborto, la crisi dei matrimoni e la loro equiparazione ad altri tipi di unione, la rimozione della morte e al tempo stesso un sottile desiderio di estinzione che pervade le società senili, salutiste e disperate dell'ultimo Occidente: c'è un filo nero che percorre la nostra epoca e ne esprime la pulsione di morte. Immaginate che per affrontare questi temi, il dio Febo abbia convocato sotto falso nome Asclepio e Platone, l'uno che si cura del corpo, l'altro che si cura dell'anima.
I nomi assunti dal Medico e dal Filosofo nel nostro tempo sono Umberto Veronesi e Giovanni Reale. Il loro dialogo sulla salute e sulla morte (Responsabilità della vita, Bompiani, pagg. 264, euro 13) non è soltanto il dialogo tra un uomo di scienza e chirurgia e un uomo di pensiero e tradizione, ma anche tra un credente, che poi coincide col filosofo, e un non credente e medico famoso. Reale è soprattutto un platonico, e il cristianesimo, diceva Schopenhauer, è platonismo per il popolo. Anche Veronesi a un certo punto si definisce «platonico» ma per lui «platonico» sta per «mentale», non per «trascendente» o «spirituale». In questo dialogo Veronesi deposita le armi troppo taglienti dei suoi testi in favore dell'eutanasia e sui rapporti sessuali, la dieta e l'aborto e ragiona con più lievità e filosofia. A tratti lascia l'impressione nei maliziosi che sia stato «aiutato» da qualche ghost writer più ferrato in filosofia. Ma il credente e il non credente in sostanza concordano sull'idea che nessuno possa decidere sulla vita di un uomo, e meno che mai lo Stato. Ovvero la vita è un bene disponibile per il suo titolare. Autodeterminazione.
Gli argomenti addotti per fondare questa tesi acquistano particolare rilevanza perché li sposa un filosofo cattolico, legato alla religione cristiana e a una visione spirituale della vita. Di Reale nutro antica ammirazione. Studiai sui suoi testi platonici e aristotelici all'università, mi ritrovo nelle sue opere e nei suoi pensieri. A differenza di altri filosofi autoreferenziali e tendenzialmente autistici, Reale è un pensatore chiaro e non contorto; ha - nomen omen - il senso della realtà e pensa nel solco di una tradizione. Cita senza riluttanza altri colleghi, non si reputa Unico o Assoluto, sa che il filosofo è come Eros, un mediatore. In particolare i suoi autori di riferimento oltre Platone e i classici, sono il padre dell'ermeneutica Gadamer, il grande studioso dell'antichità Pierre Hadot e, curiosamente, uno scintillante scrittore reazionario di cui ci siamo occupati su queste pagine di recente, Gómez Dávila.
Di primo acchito dirò che l'originalità di Reale in temi di bioetica ed eutanasia è che egli usa argomentazioni conservatrici, religiose e anche antimoderne per aderire a una tesi progressista, laica e moderna. Infatti egli critica la difesa della vita ad ogni costo come un abuso della tecnica che si accanisce a mantenere in vita esistenze che la natura e il disegno divino avrebbero destinato a morire. E perviene così, citando non soltanto autori classici ma anche pontefici recenti e non progressisti, come Pio XII, alla conclusione che si debba riconoscere ai malati il diritto di morire con dignità, evitando l'accanimento terapeutico nel nome di una sorta di feticismo della vita. Veronesi abbraccia e radicalizza questa tesi, spingendosi a ritenere del tutto lecita l'eutanasia. Argomentazioni lucide e persuasive, soprattutto quelle di Reale, che rimettono in discussione il primato assoluto della vita in nome della sua sacralità. Ma ho alcune obiezioni.
La prima è sul concetto di sopravvivenza artificiale, contro natura; ma non si sopravvive artificialmente anche con un by-pass, un rene artificiale, un trapianto o una chemio? Fin dove è lecito forzare il corso naturale della vita e accogliere l'intervento della tecnica, quali sono i confini inviolabili fra il naturale e l'artificiale? La seconda obiezione riguarda l'eutanasia sostenuta da Veronesi: ma preferire la morte al vivere male non è anch'esso figlio di un feticismo della vita? Non ci può essere anche carità nella vita che resiste, oltre che dignità nel morire? E qui tocco l'insistenza sull'autodecisione nel nome dei diritti; accanto ai diritti che elenca Veronesi non c'è nessun dovere di vivere? L'unico dovere biologico che abbiamo, per Veronesi, è morire. Ma il dovere di vivere non deriva unicamente dallo spirito cristiano, ma anche dal mondo pagano, da Seneca a Cicerone, secondo cui la vita è milizia e dunque non si può disertare. O lo stesso Marco Aurelio, qui citato, che si forzava di vivere «per compiere il mio mestiere di uomo». Davvero la vita è interamente e solamente mia? Non decisi io di nascere, posso io decidere di togliermi quel che mi fu dato? E poi si citano sempre i casi limite Welby o Englaro; ma quante volte si usano i casi estremi più emotivamente toccanti per estendere poi l'eutanasia ai casi ordinari di chi vuol farla finita o peggio di chi vuol disfarsi di un peso ingombrante?
Sono obiezioni che rivolgo per passione di verità anche a me stesso, perché confesso di sentirmi assai incerto e d'impulso propendo per recidere il filo quando la dignità del vivere si spegne nel suo indecoroso e malato trascinarsi. Però quando vedo le campagne in favore dell'eutanasia intrecciarsi a una rete di battaglie per il disarmo della vita, avverto un diffuso e strisciante cupio dissolvi. Non mi piace quest'odore di morte che si propaga in tutte le campagne che montano, unite da uno spirito ostile alla procreazione, ai legami, alla vita e partigiano per la morte e per il libero disfarsi, in un passaggio dall'edonismo gaudente della dolce vita all'edonismo disperato della dolce morte. Poi mi insospettisco quando vedo l'inquietante analogia tra le nuove prassi mortuarie e lo smaltimento dei rifiuti: via cimiteri e discariche, si va in entrambi i casi verso l'incenerimento, dei corpi come dei residui, e verso il riciclaggio, dei rifiuti come degli organi.
Allora ricerco quel delicato, quasi introvabile punto d'equilibrio fra la dignità della vita e il rispetto del destino, fra amore e libertà, fra diritto e dovere di vivere. Difficile trovarlo, ma riflessioni come quelle di Reale e Veronesi aiutano, per affinità o per contrasto, ad avvicinarsi. Intanto mi affido alla clemenza della sorte. Che ci pensi lei, con mano lieve, a farci togliere il disturbo senza portarla per le lunghe.

Commenti

Prameri

Lun, 01/07/2013 - 13:15

La nostra società, senile, è in 'cupio dissolvi' come un uomo, centenario, stanco di vivere, desidera finire. Verremo sostituiti da giovani migrati che hanno voglia di vivere e di lavorare più di noi. Non sono affatto migliori di noi, ma sono più giovani e spronati dalla necessità di sopravvivere. I giovani fra noi, mi dispiace dirlo e anche pensarlo, farebbero bene per se stessi ad andare via, verso luoghi dove la società è meno marcia (luoghi non facili da trovare) ma comunque dove si possa ricominciare daccapo con una nuova voglia di vivere. Qui è stata distrutta la concezione di famiglia normale. Senza valutarne le conseguenze. Non solo i gay, ma i traditori, gli immaturi e una deriva culturale ci vuole affossare. 'Bisogna proteggere prima di tutto il bambino ma non il contesto familiare' Il contesto familiare viene additato come la fonte dei mali. 'Il maggior numero dei delitti avvengono in famiglia' e non scuola o in fabbrica. Se ne deduce che la scuola e il lavoro sono un bene, la famiglia è un male. 'La denatalità è obbligatoria per la mancanza di lavoro e la sovrappopolazione' fosse vero questo in ogni giorno di sole non arriverebbero 80 uomini accatastati in un natante, che avrebbe dovuto contenerne solo otto, e invece sono in compagnia di 30 donne di cui sette gravide già in partenza, due che hanno partorito durante la traversata e sei che hanno iniziato la gravidanza prima dello sbarco. L'unico falso problema è l'eutanasia. E' solo politico. In realtà se uno supera nella disperazione la linea di protezione dalla voglia morire, ci riesce. Se uno ha una malattia che nessuno riesce a curargli, dopo pochi ricoveri in ospedale, la morfina non gliela nega nessuno. Il problema non è più del malato ma di quelli intorno.

Luigi Farinelli

Lun, 01/07/2013 - 16:39

Se si passano le esternazioni soft del dott. Jekill Veronesi, è bene anche ricordare quelle di Mr. Hyde Veronesi attraverso i media, fra giornali e tv. Queste alcune perle del "Veronesi-pensiero": "Beati i bambini che crescono senza padre poiché hanno una vita meno complicata" (detto da un padre di 6 figli e dopo decenni di propaganda mediatica antimaschile, antipaterna e antifamiglia è tutto dire circa dove voglia andare a parare). "L'omosessualità è la forma più alta d'amore." (Perfettamente in linea con l'ultralaicismo "illuminato" imposto dall'alto quale carburante del modernismo, senza alcuna possibilità di opporsi a ciò con una dialettica razionale). "Beate le donne, le quali nel prossimo futuro potranno riprodursi da sole mentre gli uomini, se vorranno una vagina dovranno pagarla". (Evidetemente dimentica, nel suo donnismo peloso che pure le donne saranno sostituite per la maternità dalle moderne biotecnologie antiumane delle quali Veronesi è assiduo missionario). "Il mondo sarà bisessuale": Veronesi è infatti anche missionario per la spinta a creare l'androgino, essere senza più genere di apparenenza, genere (maschile o femminile o altro) il quale, secondo l'ideologia gender, potrà essere SCELTO da ogni individuo come fosse un vestito da indossare, "senza più i condizionamenti della società che impongono ai bambini certi stereotipi per cui i maschietti giocano meglio con la macchinina dei pompieri e le femminucce con le bambole. Alcune di queste "opinioni" sono state esternate in studi televisivi con tanto di battimani delle foche ammaestrate di turno, perfetto esempio di propaganda laicista, antifamiglia, antinatura, immorale e antiumana.

Luigi Farinelli

Mar, 02/07/2013 - 16:52

Umberto Veronesi è certamente un "fratello" (oltreché un ammiratore) del medico massone Pierre Simon che fu anche per due volte gran maestro della Gran Loggia di Francia ed autore, nel 1979 de: "De la vie avant toute chose" in cui si espongono le tappe massoniche di una politica della morte: "Con la pillola si dispone di una vita sessuale normale senza procreazione; con la inseminazione artificiale, la procreazione si svolgerà senza atto sessuale...ed eventualmente senza genitore noto...da una parte la coppia affettiva e sessuale-la donna procreatrice, l'uomo genitore, dall'altra, la società, mediata dal medico, che accosta la domanda di bambino a una disponibilità di seme anonimo, controllato e governato dalla 'banca dello sperma'. In un certo senso è la società tutta che feconda la coppia...Risultato: la sessualità sarà dissociata dalla procreazione e la procreazione dalla paternità. Tutta la concezione della famiglia a questo punto sta per cadere: il padre non è più genitore, ma chi alleva il bambino." Arnaud de Lassus, denunciando il libro e ciò che il laicismo massonico sta ormai imponendo su scala globale senza più possibilità di intervenire così si è espresso: "E' fondamentale ricordare a tutti gli uomini di buona volontà l'urgente e imperativo dovere di combattere la barbarie rivoluzionaria, prima che questa riesca a sovvertire irrimediabilmente le caratteristiche naturali della persona umana." Ne discende l'immagine di una società senza famiglia, senza padri, senza madri, in cui lo Stato si prenderebbe cura dei rari bambini ancora messi al mondo; società di individui perfettamente atomizzati, in cui la vita sarà gestita come un materiale. Da chi? SEMPRE DALLO STATO. Purtroppo la filosofia di Pierre Simon ha contribuito largamente (assieme ad altre spinte laiciste, neo-malthusiane, libertiniste ammantate da "emancipazione sociale") allo sfascio etico e morale della Francia prima, dell'Europa (e dell'intero Occidente) in seguito, adottando i metodi del libro di Pierre Simon. Arnaud de Lassus descrive quale trucco sia stato adottato: "alla prima lettura il libro De la vie avant toute chose dà al lettore profano l'impressione di ascoltare un esperto che mette a parte della sua esperienza, impressione distrutta rapidamente al momento in cui sono stati osservati due modi di ragionare contrari alla onestà intellettuale più elementare: la inversione e l'imbroglio". L'inversione consiste nel continuare a chiamare bene ciò che è male fino a finire col farlo credere; l'imbroglio consiste nel manipolare le cifre mettendole al servizio di ciò che si vuole imporre (tanto chi andrà a controllare!). E così, le teorie laiciste di Pierre Simon, assieme a quelle di altri "padri" delle ideologie laiciste, hanno col tempo infettato l'intera Europa e l'Occidente come un cancro: per decenni si è attaccata alla base l'istituzione familiare cominciando dalla figura maschile e paterna: alla rappresentazione su giornali, tv, film spot pubblicitari della figura maschile come superata, inutile e dannosa (in Italia con il concorso pieno del Ministero "Pari" Opportunità e dei circoli radical-femministi, oltreché di missionari come Umberto Veronesi) si è abbattuto il principio di autorità, compromettendo la possibilità dell'iniziazione dei figli sulla soglia dell'ingresso nella vita adulta (oggi si sta finendo l'opera usando, sempre con cifre truffaldine, l'altra truffa del "femminicidio" per far credere che la famiglia naturale sia insicura e allargarla a coppie promiscue e sterili). Intanto l'aborto è stato fatto moltiplicare a cifre iperboliche (un genocidio indegno della razza umana) attingendo a dati artefatti e inventati sul numero di morti per aborti clandestini. La pornografia, l'abbattimento di regole etiche e morali, la spinta alla "dolce morte" (pur'essa auspicata sotto l'egida della Stato), lo sfascio di ogni vincolo sacro e dovere morale, sono tutte conseguenze dell'attacco massonico, ultralaicista e antiumano alla società così come l'abbiamo sempre concepita, per far sorgere la società post-moderna, quella della quale Umberto Veronesi è un vate fra i più ascoltati. Tratto da http://freeforumzone.leonardo.it/discussione.aspx?idd=9173069. Dal blog TimmyNews: "Nuovo Ordine Mondiale: Eugenetica"

nicola1963

Lun, 08/07/2013 - 12:42

Caro Veneziani, si possono spendere fiumi di inchiostro, come ha fatto lei, per definire il diritto/dovere alla vita e alla morte. Ma le ragioni che ci tengono in vita, che ci fanno lottare per mantenerla o per lasciarla andare, appartengono solo a noi. Nessuno mi convincerà con le SUE ragioni. L'oggetto della discussione dovrebbe, a mio avviso, essere il seguente: facciamo una legge che riconosca la legittimità delle proprie ragioni. Senza tirarla troppo per le lunghe.

profpietromelis...

Gio, 25/07/2013 - 22:48

Caro Veneziani anche lei cade in un senso linguistico. La vita non è un dono perché nessun ha chiesto di nascere. E' letteralmente un dono del cazzo. Non può essere donata perché manca il ricevente. In una sola eiaculazione vi sono almeno 200 milioni di spermatozoi che corrono verso il suicidio. Se ne salva solo, qualche volta anche due in caso di parto gemellare non monozigote, se corrono verso l'ovulo nei giorni fecondi della femmina. E' forse quell'unico spermatozoo il ricevente. Ma esso non ha chiesto di uscire dai coglioni.