Giancarlo Sepe: "Riecco il mio teatro di ricerca"

Al Festival di Spoleto, il regista napoletano racconta il successo di una stagione culminata con la partnership con il teatro Stabile Eliseo di Roma

Rivisitare i classici è usanza abituale anche nel teatro contemporaneo. Nel caso di Giancarlo Sepe, regista napoletano e direttore-fondatore del Teatro «La Comunità» di Roma, l'esperienza si arricchisce di un bagaglio di codici e discipline che ne fanno una delle esperienze più interessanti del panorama europeo. Dopo il successo del «Dr. Jekyll e mr. Hyde» dove Sepe ha mandato in scena l'atavico umano conflitto tra Bene e Male, in questi giorni mette in scena al Festival di Spoleto il «Beniamino» dell'australiano Steve J. Spears - un grande successo internazionale - monologo che parte come una sorta di farsa scatenata intorno ad un professore di eloquenza shakespeariana che si scopre innamorato del suo tredicenne allievo balbuziente. Anche in questo caso, come nelle esperienze precedenti, Sepe riconduce il valore dell'opera in meltin' pot dove musica e movimento interagiscono e spesso si sostituiscono al testo. La piéce, proposta al Caio Melisso di Spoleto fino a venerdì, vede in scena un inedito Paolo Ferrari nel ruolo di Beniamino.

Una stagione importante, questa di Sepe, che in occasione dei 40 anni di attività, vede riaprire il suo spazio al teatro militante grazie alla nuova partnership con il teatro Eliseo di Roma. «Una soddisfazione - dice il regista - perchè lo spazio della Comunità era chiuso dal 2006 e ora può ripartire con un programma ambizioso che vantrà le coproduzioni di un importante teatro stabile». In calendario il progetto de I Dublinesi, ovvero i quattro cittadini di Dublino che portano il nome di Oscar Wilde, William Butler Yeats, James Joyce e Samuel Beckett. Si parte, appunto, con «Gente di Dublino» di Joyce. «I nomi altisonanti degli autori non devono ingannare - dice Sepe - poichè nel mio lavoro con gli attori e con il pubblico non ho mai fatto distinzioni tra classici e opere nuove. Anzi, credo che spesso le cosiddette opere nuove possono apparire già vecchie (anche al pubblico) se non si creano codici e contaminazioni che generano nuove forme di taetro. Nella mia esperienza - quella di un'associazione culturale che non ha mai ricevuto finanziamenti pubblici - questa ricerca si compie attraverso il lavoro sul gesto, sul movimento e (molto) sulla musica».

Già, la musica. Nella stagione appena trascorsa il pubblico ricorderà il suo spettacolo "Napoletango", un musical surreale dove diciannove attori interpretano in maniera corale le note di tanghi antichi e moderni, alternati a tarantella e rock. «Ovviamente ho sempre avuto un occhio particolare nei riguardi della mia tradizione culturale, essendo io napoletano. Ma in tutti i casi il mio progetto parte sempre da un'idea che coglie le radici per tradurle in azione e in musica dove il coinvolgimento con il pubblico deve essere totale».