Giuda, un garibaldino d'altri tempi

G iuda è la croce del genere umano, secondo i cristiani. Il suo tradimento è alle origini del divorzio tra l'umano e il divino, tra il mondo e Gesù. È la metafora dell'umanità che in cambio di un vantaggio immediato e terreno, come i trenta denari, svende l'anima sua, la fede in Dio, l'Amico e il Maestro. E tuttavia, da un punto di vista teologico ed escatologico, Giuda è necessario alla salvezza dell'uomo tramite il sacrificio e poi la resurrezione di Cristo. Traccia di questa interpretazione fu ritrovata in un manoscritto del 300 d.C., un papiro scritto in copto, che fu definito il Vangelo di Giuda: la tesi era che Giuda sarebbe stato non il traditore ma il discepolo più fedele, che si era sacrificato per la gloria di Gesù, diventando così il mezzo per la sua crocifissione e quindi per la Salvezza. Questa tesi apparve più volte, spesso paludata nella prudenza, nel pensiero filosofico e religioso, soprattutto di ispirazione gnostica, e si ritrovò più compiutamente nel novecento in Bertrand Russel quando affrontò il problema della malvagità naturale, richiamando l'esempio di Giuda.
Sul piano letterario, fu Borges a dedicare un racconto alle Tre versioni di Giuda in cui l'apostolo si dannava per la Salvezza. Nel 1978 Giuseppe Berto pubblicò il romanzo La gloria dedicato alla vicenda di Giuda. L'apostolo veniva riscattato proprio in quella chiave. Giuda si era sacrificato per la gloria di Cristo e la salvezza degli uomini. Una tesi non dissimile espresse in un suo romanzo saggio lo scrittore cattolico Francesco Grisi. Non escludo che Berto abbia tratto la sua ispirazione da un libro ottocentesco che era stato ristampato da Fògola due anni prima del suo. Erano le Memorie di Giuda, un testo del 1870, che aveva scritto un parlamentare del neonato Stato italiano, uno scrittore e un giornalista: Ferdinando Petruccelli della Gattina. E che ora ripubblica un editore suo concittadino, di Moliterno, Walter Porfidio e sua figlia Valentina, che sarà in libreria in settembre.
Di Petruccelli ci siamo già occupati presentando precedenti opere, come i Moribondi del Palazzo Carignano (edito sempre da Porfidio nel 2008), che è stato poi ristampato anche da Mursia. Petruccelli della Gattina, esule in Francia (e perciò scherzosamente ribattezzato De la petite Chatte) fu uno straordinario reporter, oltre che un convinto radicale e anticlericale. Montanelli lo definì una volta addirittura il più grande giornalista italiano dell'Ottocento. Nativo lucano, di cultura europea, conobbe i grandi del suo tempo e fu sostenuto da Garibaldi nella sua carriera politica. Ma la sua attività di parlamentare sbiadisce rispetto al suo ruolo di osservatore del Parlamento stesso e di implacabile e ironico antesignano dei critici del parlamento italiano e in genere della Casta.
Questo suo romanzo storico, che pure è considerata la sua opera narrativa più importante, ebbe non poche critiche letterarie negative. L'opera risente fortemente del laicismo ateo e anticlericale dell'autore, che appartenne al Risorgimento giacobino.
L'espediente narrativo dell'opera è il ritrovamento di un manoscritto, identificato come le memorie di Giuda Iscariota. Ma lo svolgimento, ampio e a tratti prolisso, è sorprendente e non evoca la precedenti interpretazioni salvifiche di Giuda. È una lettura politica, insurrezionalista, cospiratrice della vicenda di Giuda. Da qui la sua originalità. Giuda, nella lettura di Petruccelli, sarebbe una specie di risorgimentale ante litteram, un mazziniano o un carbonaro del suo tempo, se non un garibaldino in cerca di un Generale, di un Condottiero. Apparteneva ai Sadducei che erano visti da Petruccelli come i radicali di quel tempo, contrapposti agli ipocriti Farisei, proni al potere clericale. Giuda vorrebbe che gli ebrei insorgessero contro il potere romano e lui, ma anche il sinedrio, cercano un Rabbì giovane e carismatico per guidare la rivolta. Ma Gesù di Nazareth non ha vocazione politica ma spirituale, a lui non interessa il riscatto del popolo ebraico, è totalmente pervaso di religiosità. Da qui il fallimento e il tradimento. Per certi versi potremmo dire che il Giuda di Petruccelli non è traditore ma è tradito nelle sue aspettative. Lui, sognatore del Risorgimento ebraico. Ma lui aspira al Risorgimento storico e terreno, Gesù al Risorgimento eterno e ultraterreno, la Risurrezione.
Il percorso dell'opera è lungo e tortuoso, a tratti avvincente, comunque sovraccarico di fatti, personaggi, situazioni. Non mancano pagine in cui si manifesta tutto l'anticlericalismo di Petruccelli, la diffidenza verso i miracoli, frutto di manipolazione e illusionismo, resurrezione inclusa, perfino la complicità di Pilato... Una trama complessa che è arduo riassumere. Una lettura «politica» del Vangelo e della storia di Giuda. E la visione di Gesù come mancato leader rivoluzionario e insurrezionalista.
I romani del tempo sono in realtà gli asburgici e i borbonici del suo tempo, i sadducei sono i rivoluzionari francesi e i farisei sono i moderati papalini e bigotti del suo tempo. Ma nel romanzo s'intrecciano altre vicende umane, amori, corpi, vite, non solo tramite il filo della religione o della ribellione.
La lingua di questo romanzo è a volte ampollosa, non è più la lingua del nostro tempo. Ma può destare la curiosità del lettore perché è la testimonianza di un'epoca lontana dalla nostra, lo spaccato di un mondo remoto, la conoscenza di un lessico forbito e ormai desueto. E non solo sul piano della forma; anche il contenuto, l'intonazione risorgimentale e anticlericale è un interessante documento dello spirito di un'epoca. Non quella di Cristo, ma di Garibaldi. Non il tempo del Golgota ma l'anno della Breccia di Porta Pia, di cui questo romanzo non a caso è coetaneo.