Guénon l'intransigente L'autorità dello spirito supera il potere politico

Rigoroso e matematico: così l'interprete della Tradizione critica la "falsa unità" delle nazioni nate per sete di dominio temporale

Se cercate un pensiero metafisico assoluto che non si contamina con la storia e col proprio tempo, che non scende a patti, non indulge sul piano personale ma resta integro e puro nei cieli della Tradizione, siete sulla via di René Guénon. Rigoroso e preciso, matematico non solo nelle sue certezze ma anche nei suoi studi, che non completò (per poi laurearsi in filosofia e insegnare). Come accadde a Julius Evola, ingegnere mancato, e a Pavel Florenskij che abbracciò studi matematici, scientifici e umanistici con rigoroso ardore. Guénon torna ora in libreria con un suo testo del '29 che pubblicò in Italia Alfredo Cattabiani da Rusconi e che more solito Adelphi evita di citare nella riedizione. È un testo all'apparenza metapolitico, Autorità spirituale e potere temporale (pp.140, euro 12), che conferma la coerenza dei temi, il nitore dello stile, l'intransigenza antimoderna di Guénon. E anche, va detto, la solita, puntigliosa precisione espressa in reiterate precisazioni, che denuncia da un lato confusioni, malintesi e contraffazioni delle idee tradizionali e dall'altro ripete fino alla noia la sua estraneità a polemiche di scuola e di partito, appartenenze e rapporti col proprio tempo. Guénon insiste sulla sua indipendenza totale che però non coincide con il suo assoluto individualismo: anche quando rivendica la sua estraneità a ogni filone e a ogni legame col suo tempo, Guénon non parla mai a titolo personale ma sempre in nome d'una Tradizione metafisica rappresentata da pochi eletti. Sono le élites intellettuali, come le chiama Guénon, ma non c'entrano con l'uso corrente del termine intellettuale. Qui intellettuale sta per ispirazione dall'alto ed evoca l'uso dantesco (è notevole la sua interpretazione esoterica di Dante). La vera intuizione intellettuale per Guénon è del tutto perduta nell'epoca moderna. Brilla tra gli invisibili.
Quali sono i temi di questo testo? Innanzitutto la distinzione già presente nel titolo tra autorità e potere: la prima si addice al regno spirituale, la seconda al regno terreno e temporale. Quindi la distinzione tra religioso e sacro: la religione appartiene alla sfera del sacro ma non la esaurisce; il sacro si riferisce a un sacerdozio più ampio e a una conoscenza più alta. Non a caso, Guénon fondò da giovane una rivista, La Gnosi. A quale Tradizione Guénon si riferisce? A La Tradizione in sé, che è unica, sovrastante e permea le grandi tradizioni, sorge in Oriente, si manifesta nel sufismo, l'esoterismo islamico, e in Occidente diviene visione della vita e organizzazione gerarchica fino al Medioevo, per poi perdersi nella modernità. Come si accede alla Tradizione nell'epoca che ne è priva? Tramite il cammino iniziatico con i Maestri sulle Vie della Tradizione. Guénon da un verso percorre un itinerario che va dall'ordine martinista e dalla scuola ermetica alla Massoneria esoterica e alla Chiesa gnostica, in cui assume il nome di Palingenius - traduzione greca del suo nome - René, Ri-nato- che indica la rinascita. (Si veda La vita semplice di Guénon di Paul Chacornac, ed. Luni). Dall'altro si converte poi all'Islam e dopo aver scritto questo libro, nel 1930 va a vivere fino alla morte al Cairo, si risposa con la figlia di uno sceicco - avendo perso la prima moglie francese - e ha quattro figli, di cui uno postumo.
Rispetto al cristianesimo, Guénon criticò il protestantesimo che volta le spalle alla Tradizione, insedia il primato della coscienza individuale sul rito ed è il preambolo alle Chiese nazionali e poi alle nazioni, che per Guénon sono «false unità» che si sostituiscono per sete di dominio temporale alla «vera unità». Guénon ammira invece il cattolicesimo medievale e i suoi estremi bagliori. Ma aggiunge una considerazione importante: quando la Tradizione perde lo spirito della dottrina, meglio affidarsi alla lettera, alle sue forme esteriori, piuttosto che allontanarsi del tutto e definitivamente. Meglio i residui di verità perdute o dimenticate (le superstizioni di cui diceva Vico) piuttosto che il nulla. «La minima particella di spirituale sarà ancora incomparabilmente superiore a tutto ciò che appartiene all'ordine spirituale». Ma Guénon non applica lo stesso criterio nel giudicare il folclore, le usanze, le tradizioni umanistiche, nazionali e popolari che non considera estremi lasciti della tradizione ma segni negativi di una controtradizione. Nessuno, dice, può giudicare «una tradizione al lume di un'altra tradizione»: eppure Guénon lasciò la tradizione cristiana in cui nacque e fu battezzato e si convertì all'Islam. Questo contraddice l'idea stessa di Tradizione ed è più consono a una scelta autonoma di tipo individuale. Ma per Guénon non si può legare la sfera del sacro a un vincolo di tipo terreno, temporale e personale. Dense e dantesche sono le pagine sul paradiso terrestre e il paradiso celeste, il primo legato alla virtù e alla beatitudine in questa vita, il secondo invece legato alla visione divina e alla beatitudine della vita eterna. Alla prima si dedica l'Imperatore, il Princeps romano, alla seconda il Pontifex, che genera ponti tra l'umano e il divino. Il Pontifex maximus in Guénon è figura chiave della Tradizione: nell'iconografia è portatore di chiave, come al Sovrano si addice lo scettro. Il Papa è l'estremo erede, almeno nella lettera, di quella definizione e del suo ruolo pontificale. Guénon condanna «la superstizione dei valori» che sarebbero una contraffazione dei principi. Sui valori Heidegger e Schmitt arrivarono alle stesse conclusioni da altri percorsi. Per la dottrina orientale ripresa da Guénon «la giustizia è costituita dalla somma di tutte le ingiustizie, e nell'ordine totale ogni disordine è compensato da un altro disordine». Quasi una vichiana eterogenesi dei fini, direbbe Augusto del Noce. Come altri autori della Tradizione, Guénon sposa la dottrina dei cicli cosmici, dall'età dell'oro all'età oscura; una visione che ha senso se sottolinea la caduta dal piano metafisico e trascendente al piano profano e discendente. Ma se applicata al corso storico, si riduce a una visione regressiva, degenerativa e involuzionista della storia, speculare allo schema progressista e ai suoi limiti.
Chi incontrò Guénon a Villa Fatma, dove visse per anni, lo ricorda come un uomo esile, «fragile come un'arpa», con gli occhi di un azzurro intenso in un viso lungo; silenzioso, affabile e gentile, vestito con la galabiah e le babbucce, così trasparente che «sembrava avesse già raggiunto l'altra riva». Quando stava per morire, disse di lasciare intatto il suo studio perché lui sarebbe rimasto presente benché invisibile. Poi si raddrizzò dal letto e vide la sua anima prendere il volo.

Commenti

agosvac

Lun, 21/07/2014 - 14:19

Di Guenon il primo libro che lessi fu "introduzione generale allo studio delle dotrine indù". Restai perplesso e maravigliato dal suo rigore dottrinale. Ma non riuscii a restarne fuori: cominciai a cercare ogni suo libro in ogni libreria di Palermo. Arrivai perfino a cercare i suoi libri a Parigi, pur non conoscendo perfettamente il francese. Raccolsi e lessi TUTTE le sue opere, le rilessi, e poi ancora ed ogni volta ci ritrovavo qualcosa di nuovo, forse perchè la mia comprensione diventava maggiore. Non è facile leggere Guenon, non è facile perchè lo si deve leggere col cuore, sede dell'intelligenza superiore, e non con la mente, sede dell'intelligenza inferiore. Su una cosa non sono d'accordo con Veneziani. Guenon non si convertì all'Islam lasciando il cristianesimo perchè ai livelli da lui raggiunti nel campo spirituale passare da una religione che non consente altri progressi spirituali ad un'altra che, allora, li consentiva non è conversione è solo consapevolezza dell'identità di ogni religione. Pertanto si può scegliere quella che più consente di andare avanti nel proprio cammino spirituale senza rinnegare l'altra.

virens

Lun, 21/07/2014 - 19:13

Un plauso a Veneziani, certamente uomo della Tradizione. E' però doveroso sottolineare, come già ha fatto agosvac, che il parlare di una "conversione" di Guénon all'islam, aggiungendo che ciò sarebbe in contraddizione con l'idea stessa di "Tradizione", è oggettivamente errato o quanto meno assai fuorviante. Guénon si è chiaramente espresso su questo punto in uno scritto che, purtroppo, non viene mai citato, probabilmente perché non conosciuto o sottovalutato. Lo scritto è :"A propos de conversions" cap. XII del testo "Initiation et réalisation spirituelle", disponbile anche in traduzione italiana. Si legga e mediti tale scritto. Il giudizio di Guénon sulla "conversione" da una religione ad un'altra, come comunemente intesa, è di estrema durezza. Il senso centrale dell'idea stessa di Tradizione come la intendeva Guénon è, per usare un'espressione di Schuon, l'unità trascendente delle religioni. Chi ha realizzato la vera comprensione di ciò è semplicemente inconvertibile. Se è vero che un uomo si giudica dalle sue intenzioni, si renda quindi giustizia a René Guénon.