Mathias Énard racconta: "Ho spedito Michelangelo a Istanbul"

L'autore di "Zona" racconta l'incontro immaginario tra Oriente e Occidente. In nome del Rinascimento

Istanbul in un affresco cinquecentesco veneziano

Il progetto è ambizioso: reinventare due mesi di vita di Michelangelo Buonarroti in un luogo dove Michelangelo non è mai stato, Costantinopoli. Il Sultano gli ha commissionato un ponte sul Bosforo e narrare la convocazione diventa l'occasione per far incontrare Rinascimento e Oriente. C'è qualcosa di parabolare nel nuovo romanzo di Mathias Ènard, Parlami di battaglie, di re e di elefanti (Rizzoli). D'altra parte, l'ambizione Ènard se la può permettere: lui è quello di Zona (Rizzoli, 2011), 500 pagine sulla guerra dei Balcani narrate in una sola frase e in una sola notte di treno tra Milano e Roma. Parlami di battaglie... ha superato le 200mila copie solo in Francia ed è stato finalista al Goncourt ed Ènard - che prima di trasferirsi a Barcellona ha vissuto a Beirut, Damasco, Tunisi, Venezia e Roma - è al momento una delle più quotate penne d'oltralpe: per profondità, originalità, rigore viene spesso messo in competizione con Jonathan Littell, nel bene e nel male.

Da dove nasce un romanzo su Michelangelo?
«L'idea è nata a Roma, dove vivevo all'epoca. In quel periodo stavo scrivendo Zona e, di pomeriggio, andavo alla biblioteca di Villa Medici per schiarirmi le idee. Un giorno, per caso, lessi la Vita di Giorgio Vasari dedicata a Michelangelo e capitai sul passaggio in cui racconta che l'artista fu invitato a Costantinopoli dal Sultano. Rimasi stupefatto. Ho cercato di saperne di più. Ascanio Condivi specifica in uno scritto che si trattava del progetto di un ponte. Avevo l'inizio di una storia... Michelangelo a Istanbul: una vera sfida. Ci ho messo circa tre anni per scrivere il libro. Le ricerche mi hanno preso tempo...».

Quali fonti ha consultato?
«Oltre a Condivi, le lettere di Michelangelo, una vera autobiografia. Le sue poesie. E la letteratura che lo riguarda: insieme a Picasso è l'artista su cui si è scritto di più. E poi la parte “ottomana”: Istanbul dell'epoca, la corte, i personaggi politici vicini al Sultano, l'economia e... che cosa si mangiava in città all'inizio del XVI secolo? Una quantità gigantesca di informazioni che andavano adattate all'idea narrativa. Perché, stranamente, Parlami di battaglie... è un romanzo dove tutto è vero, tutto è storico, salvo l'elemento centrale: il viaggio di Michelangelo a Istanbul».

Che cosa c'è di contemporaneo nel suo Michelangelo?
«Lui è il primo vero moderno, il primo a incarnare la figura dell'artista potente, celebre e irascibile che permane sino a oggi. E come tutti i miti, ha fabbricato personaggi: Picasso era “un Michelangelo”, ad esempio. Come Rodin».

Il fuoco del libro è soltanto Michelangelo?
«Anche il personaggio del poeta ottomano Mesihi. Due ritratti di artisti che tutto rende, posterità compresa, opposti: uno è il più celebre degli uomini, l'altro un dimenticato. Si confrontano e imparano ad amare le loro differenze».

Il fuoco geografico invece è il Mediterraneo. Può di nuovo essere un centro fecondo?
«Mediterraneo, in sé, non significa niente. È uno spazio di scambi, passati e presenti, di ogni genere, compresi i più violenti. In questo senso, avrà sempre un ruolo decisivo. È una frontiera, che separa e avvicina tanti paesi. E questa contraddizione geografica lo rende affascinante e indispensabile».

In Zona recuperava le radici dei conflitti europei, in questo romanzo quelle del mito: l'Europa è troppo vecchia per reggere agli assalti del futuro?
«L'Europa non è un valore in sé, è un dato geografico a cui si cerca di sovrapporre una visione culturale, economica e, periodicamente, politica. Quel che la caratterizza è la sua molteplicità: è un continente in cui si parlano decine di lingue in quattro o cinque alfabeti diversi. L'Europa però ha dimenticato il suo lato “orientale”, ottomano, balcanico, arabo, che era determinante nel Medioevo e nel Rinascimento. Se il mio romanzo ha un obiettivo, è quello di riportarlo alla luce. E mostrare a che punto le frontiere siano più mobili di quel che si pensa oggi».

Lei ha recuperato il romanzo classico. È davvero «finito» lo sperimentalismo dell'antiromanzo francese?
«Non penso che il romanzo sperimentale sia scomparso: è solo “fuori moda”. Appartengo a una generazione che s'interessa di più al racconto rispetto alla precedente, ecco. Quel che è vero è che il Nouveau Roman ci ha sbarazzati del problema della forma: oggi il romanzo può trasformarsi in qualsiasi cosa. Non avrei scritto Zona in una sola frase senza la libertà che a noi scrittori ha dato il Nouveau Roman. E in ogni caso, è la profondità che definisce la superficie. Io sono uno scrittore di profondità».