Jünger e Rolland, soldati-letterati sui fronti opposti

Fervente interventista il primo, strenuo pacifista il secondo Due filosofie agli antipodi ma, in fondo, lo stesso umanesimo

Oggi, cent'anni fa, cominciò la Prima Guerra Mondiale. Il giudizio che resta è biforcuto perché si divide tra l'elogio dell'amor patrio e lo sgomento per l'immane carneficina, l'onore reso ai soldati e l'orrore di una guerra totale, la nascita effettiva della nostra Nazione e la nascita dei totalitarismi. Scrittori, artisti e intellettuali furono coinvolti nell'entusiasmo per la guerra ma non pochi militarono dalla parte del pacifismo cosmopolita.

Vorrei affrontare due letture della guerra agli antipodi. Una è dello scrittore di guerra per eccellenza, che scrisse forse il più bel libro sulla Prima guerra mondiale, da eroe pluridecorato, Tempeste d'acciaio . Di Ernst Jünger è uscito ora La battaglia come esperienza interiore , del 1922, (edizioni Piano B, pagg. 140, euro 13) che è forse la più bella fenomenologia del guerriero della prima guerra mondiale. La guerra, per Jünger, è nostra madre e nostra figlia, è irruzione divina nella storia dell'uomo e al tempo stesso istinto naturale degli uomini, come l'istinto sessuale. Le guerre si faranno finché ci sono gli uomini. «Sono il più potente incontro tra i popoli». Jünger descrive l'umanità e la ferocia della Grande Guerra. L'uomo animato dalla volontà d'uccidere, dalla lussuria del sangue, galvanizzato dall'orrore e da un rancore primordiale, animalesco. Un grido acuto, selvaggio, rosso sangue. È il canto della vita che si divora da sé, «vivere significa ammazzare». E l'umorismo satanico negli ospedali da campo di chi si sente «lavoratore a cottimo della morte». Poi nelle pause quella voglia profonda di danzare, un sol giorno, sul baratro, praticar sesso senza «le lungaggini della seduzione... afferrando la preda». Eppure quella festa di morte non è solo distruzione, ma anche creazione, dice Jünger, e con il nemico si costruisce insieme «quella solida moralità europea»; si combatte cavallerescamente.

Là in trincea, dove volavano solo brandelli di parole, «tutti così squilibrati e così imbrigliati nello stesso destino, da poterci capire senza bisogno di parlare», avviene però una strana alchimia. Prima ognuno era chiuso in se stesso, poi bastava il ricordo di un villaggio, di una persona, di una domenica, e in ciascuno si risvegliavano le cose familiari, le cose piccole che sanno abbracciare una vita intera, ognuno di noi - scrive Jünger - offriva agli altri le proprie cose senza valore. E dal disumano sgorga l'umanità più struggente. E la patria diventa l'angolo dove giocavamo da bambini, il dolce della domenica infornato dalla mamma, un raggio di sole che filtra dalla finestra... Così avviene col nemico, entità astratta, irreale, fino a che in un momento di pausa sul fronte si esce dalle trincee e si conversa con le stesse persone con cui poco prima o poco dopo ci si dovrà ammazzare, si scambiano acquavite, bottoni delle divise e si stringono mani. Resta il mistero divino della guerra, le energie arcane che suscita e che colmano il vuoto di certezze. «La follia e il mondo sono una cosa sola e chi muore per un errore è comunque un eroe». Tutti gli obiettivi sono effimeri, solo il movimento è eterno: «potersi rinchiudere nella propria sublime mancanza di scopo come in un'opera d'arte o nel cielo stellato». L'arte rimpiazza la religione e non resta che il cielo stellato sopra di me e l'arte eroica dentro di me...

Agli antipodi è Romain Rolland, il quale avversò la guerra nel nome dell'Europa, difese l'eroismo dei soldati dalla follia dei loro istigatori e colse nella sua deflagrazione la fine dello spirito europeo. «Il mio dovere - scrisse - è salvare dal diluvio le ultime vestigia dello spirito europeo». A Rolland, alla sua vita e alla sua opera, dedicò una biografia Stefan Zweig, ora edita da Castelvecchi (pagg. 274, euro 19,50). È una biografia anomala per tre ragioni: è scritta quando Rolland era ancora vivo e attivo; il biografo premorirà al biografato, suicida nel 1942, mentre Rolland morì nel 1944; il biografo è oggi più celebre del biografato, un caso insolito. Di questa biografia, pur ricca di storia e di opere (a Rolland fu conferito il Nobel per la letteratura nel 1915), le pagine più significative riguardano la prima guerra mondiale. A differenza dei pacifisti, Rolland esprime ammirazione per i soldati e professa l'amor patrio, ma la guerra mondiale è per lui un massacro fratricida. In un saggio del '14, Rolland esalta «la gioventù eroica del mondo» e riconosce nei combattenti di tutti i fronti, anche avversi tra loro, un ideale comune e un'avversione comune allo scetticismo e «all'effeminata frivolezza in cui siamo cresciuti».

Ma poi, quando si rivolge alle guide spirituali delle nazioni, Rolland li accusa di aver sprecato «un simile tesoro di eroi viventi» per una guerra fratricida che distruggerà l'Europa. È l'assurdo proclama delle élite di ogni Paese per le quali «la causa del suo popolo è la causa di Dio, della libertà e del progresso umano». Ma l'amore per il mio Paese, nota Rolland, non richiede di odiare e uccidere coloro che amano come me la loro patria; semmai dovrebbe spingere a «onorarle e a cercare l'unione per il bene comune». Rolland sognava un sodalizio degli spiriti liberi d'Europa. Era un sogno che lo colse già a 21 anni sul Gianicolo, figurando una sinfonia europea fondata su tre assi: la Francia, l'Italia e la Germania. Rolland si sentì interprete della coscienza europea, ma non come superamento delle nazioni, bensì come unione delle patrie. «Il nostro primo dovere è di essere grandi e difendere la grandezza sulla terra». Ma il suo messaggio cadde nel vuoto e nel frangente della guerra. Impotente davanti alla follia del mondo, Rolland ripiega sull'ironia, che per Zweig diventa mezzo di abreazione. Nasce così una commedia, Liluli , in cui due amici, indotti dalla dea maliziosa dell'illusione, lottano per la distruzione reciproca. Protagonista della farsa è Pulcinella, una specie di Erasmo e Voltaire in versione grottesca. Colpisce la descrizione che fa Zweig del clima che porta alla guerra dopo la sconfitta della Francia nel conflitto franco-prussiano del 1870. Una terra sconfitta in guerra, nota Zweig, è come un uomo che ha perso il suo Dio. L'estasi divina, scrive, è sostituita da un inutile sfinimento; un fuoco che ardeva in milioni di persone si riduce in ceneri e scorie. All'improvviso crollano tutti i valori: l'entusiasmo perde ogni significato, la morte è inutile, le gesta che ancora ieri erano considerate eroiche sono una pura follia; la fede è una frode, la fiducia in se stessi una pietosa illusione. Ogni slancio verso la condivisione svanisce, ognuno combatte per se stesso, riversa le responsabilità sul vicino, pensa solo al profitto, all'utilità e al vantaggio personale; nobili aspirazioni vengono uccise da una stanchezza infinita.

Nulla come una sconfitta, conclude Zweig, ha un potere così distruttivo per la forza morale delle masse, nient'altro degrada e indebolisce nella stessa misura l'intero equilibrio spirituale di un popolo. Diagnosi perfetta se non avesse un solo inconveniente: si può applicare perfettamente agli anni presenti che pure non sono segnati da cocenti sconfitte. Allora non c'è una guerra perduta alle origini di quella decadenza e quella stanchezza di cui parlano Zweig e Rolland, ma un processo più grande, nei cieli, nella vita dei popoli e nell'animo delle persone. «Alla fine crollano tutti i valori»; però non crollano sotto le bombe della guerra, che conserva una sua feroce innocenza, bensì sotto ben altre esplosioni che non esiteremo a definire spirituali. La guerra lacerò l'Europa, ma il suo degrado non si spiega con quel massacro. Una civiltà non si spegne quando perde sangue ma quando perde l'anima.

Commenti
Ritratto di Dario Maggiulli

Dario Maggiulli

Lun, 28/07/2014 - 12:10

Più che perdere 'sangue' ed 'anima', qui, siamo in presenza di un preciso stadio evolutivo sociale, che lascia, a posteriori, ben individuare la rozzezza delle coscienze collettive, incapsulate in una membrana cognitiva totalmente estranea al 'neoilluminismo' che ne sortì. Un miscuglio 'pazzo' di credenze, di fideismi, di amori inestinti per 'l'ancien régime' e di fervori avanguardisti per il vuoto del futuro. Una sorta di danza macabra che fu generosa di suicidi eccellenti. Sconosciuta la mappatura psicologica della immaturità individuale più generalizzata. La castrazione profonda del 'sentire'. Oggi, possiamo affermare, 'devoti a Padre Pio' a parte, che le masse, gli 'utenti del consorzio', sono in grado di individuare una luce in fondo al tunnel che promette una salvifica estetica del pensiero. Che, al momento, io vedo ben rappresentata da Silvio Berlusconi. -riproduzione riservata- 10,42 - 28.7.2014