L'ascesa della "Decadenza", ciclico paradosso della storia

È la parola chiave del presente. In politica, economia, demografia, cultura Ma da sempre segna fine e inizio delle epoche. Che rinascono con idee forti

«Decadenza» è diventata nell'ultimo scorcio di quest'anno la parola chiave del presente. Decadenza di Berlusconi, poi decadenza del Parlamento e del governo in seguito alla decisione della Consulta, decadenza dell'Italia, in ordine agli standard di vita, ai costumi, ai valori, alla tenuta generale. In un dialogo con Antonio Gnoli dedicato a «I corrotti e gli inetti» (Conversazioni su Machiavelli, Bompiani, pagg. 198, euro 11), il filosofo Gennaro Sasso sostiene che non è pensabile il concetto di decadenza. Ogni volta che si è tentato di definire l'idea della decadenza, dice, «si è caduti in generalizzazioni estreme che non spiegano niente». Sasso è crociano e reputa impossibile fermare il divenire a un momento storico particolare come la decadenza. Ma nella realtà del nostro presente cogliamo la decadenza in una serie di fattori empirici e oggettivi, prima che psicologici e filosofici, che rendono evidente il declino. Provo a elencare in estrema sintesi i segni visibili e invisibili della decadenza.
Per cominciare, le morti superano le nascite. Il paradigma biologico della morte che supera la nascita è già la rappresentazione oggettiva della decadenza. Poi, connesso al precedente, i vecchi superano i giovani. Ossia l'età media sale e la senilità avanza. Corollario psicologico alle due notazioni biologiche: si accorcia l'aspettativa di futuro, l'avvenire è percepito più come timore che come speranza. La frase chiave nel rapporto tra padri e figli si è capovolta: ieri la preoccupazione era che i figli vivessero una vita migliore, più agiata, di quella dei loro genitori, oggi l'angoscia è che i figli perdano gli agi e il tenore di vita dei loro genitori. Il declino biologico si applica anche alla sfera economica. Le imprese che chiudono, dall'industria al commercio, ai negozi, sono più delle imprese che nascono. I debiti sormontano i crediti, le sofferenze bancarie crescono a danno dei patrimoni, calano i consumi. Ogni potere è rigettato e delegittimato. Si diradano le grandi opere in ogni senso e in ogni campo, la manutenzione prevale sull'edificazione e il degrado sulla manutenzione.
Alla decadenza oggettiva va poi aggiunta la percezione della decadenza che ne amplifica l'effetto. Ai fattori reali di decadenza si unisce la psicosi della decadenza. Il mito del progresso ha collassato ormai da tempo, sono sparite le ideologie proiettate sul radioso avvenire. La percezione di vivere in un emisfero calante rispetto alle più giovani e vitali potenze asiatiche, alla crescente demografia del sud del mondo, ma anche alla disperata vitalità dei migranti, ci confermano che la decadenza è visibile, pensabile, reale e vi siamo immersi.
Il problema, semmai, è periodizzare la decadenza, cioè collocarla sul piano storico, o addirittura considerarla come il decorso di un disfacimento finale. Qui ci soccorre la visione storica, il paragone col passato e il ciclico ricorrere dei periodi di decadenza. Se ne parlò a proposito del mondo antico, poi dell'impero romano, quindi dell'autunno del Medio Evo; la decadenza ossessionò poi Machiavelli, riguardò imperi e singoli regni, dinastie e civiltà. E per restare al secolo in cui siamo nati, nel Novecento le visioni della decadenza hanno attraversato l'Occidente dalla prima guerra mondiale - Il tramonto dell'Occidente di Spengler, la finis Austriae e la caduta degli imperi centrali - alla letteratura della crisi tra le due guerre, rispetto a cui il fascismo fu inteso, dai suoi adepti, come una reazione vitalistica alla decadenza. E dopo la seconda guerra mondiale, vi fu la decadenza dell'Impero britannico, poi dell'Impero sovietico fino alla caduta; e da tempo si annuncia la decadenza dell'impero americano, da Burnham a Paul Kennedy. E la decadenza d'Europa è ormai un luogo comune che si avvia a compiere i cent'anni. Nell'Italia più recente si parlò di decadenza negli anni Settanta, poi la decadenza fu circoscritta a un ceto di potere nel collasso della prima repubblica. Ora, da svariati anni si parla di decadenza italiana in senso lato, passando dalla demografia all'economia e alla politica, dall'etica alla cultura, dalla gerontocrazia alla sclerosi del Paese e alla stanchezza di vivere. Gli spazi vuoti della denatalità vengono riempiti da folle di migranti. Il Paese non crede più in niente, ha perso fervore, sostiene il Censis, non ha aspettative e vive un'infelice e rancorosa vecchiaia.
Ma questo vasto e ricorrente scenario della decadenza mostra altresì che non si può assolutizzare il concetto di decadenza, ritenerlo irreversibile e definitivo, al punto da confonderlo con la morte. Non si può opporre all'ingenuo schema ottimistico del progresso infinito, il tetro schema catastrofista della decadenza infinita. Più saggio è ritenere che la storia abbia i suoi cicli, con le sue parabole fatte di ascesa e declino; la decadenza si situa al termine di un'epoca.
È dunque pensabile la decadenza e al contempo non è impensabile il cambio di rotta. E qui, tornando a Sasso e al suo dialogo, va sottolineata la conclusione machiavellica a cui giunge e che spiazza il suo interlocutore. Dopo aver criticato la mitologia antifascista, la sua incapacità di costruire l'avvenire, appellandosi solo, retoricamente e faziosamente, ai valori della Resistenza, «santificata» e «imbalsamata», Sasso sostiene la necessità di modificare la Costituzione che risentiva troppo della paura del Dittatore. E propende per un rafforzamento dell'esecutivo in senso presidenziale ed «energetico», esortando a non «aver paura della forza».
Gnoli si mostra sorpreso. Ma Sasso non si tira indietro, torna a Machiavelli e pensa che un Principe possa arginare, almeno sul piano politico, la decadenza delle istituzioni e di un Paese che ha paura del nuovo e oscilla tra ferocia e apatia. Certo, non è una riforma politica o costituzionale, e non è un Principe-Presidente, un leader decisore, un dantesco Veltro, che può arrestare la decadenza. Occorre una più vasta mutazione culturale, un cambiamento diffuso di mentalità, di valori, di assetti, di priorità e di paradigmi. Ma si tratta di un primo livello efficace di risposta. Per fronteggiare la decadenza occorre la lungimiranza dei princìpi e l'incisività dei prìncipi. Di fatto, però, la decadenza induce a considerare il processo più grande delle nostre volontà, scritto nei cieli o nella storia, inarrestabile; perciò ci rassegniamo e inventiamo singole strategie di sopravvivenza, antica risorsa e alibi degli italiani. Guicciardini prevale ancora su Machiavelli. Il dramma non è la decadenza impensabile, ma la convinzione che sia impensabile uscirne.

Commenti

benny.manocchia

Lun, 16/12/2013 - 12:51

Decadenza e' Italia. un italiano in usa

Ritratto di rosario.francalanza

rosario.francalanza

Lun, 16/12/2013 - 19:01

Le cose migliori l'Italia le ha fatte nei periodi di decadenza. O meglio: le vere caratteristiche, le vere 'pulsioni' italiane vengono fuori nei periodi di transizione, di passaggio, di devastazione, di incertezza, di instabilità. Vado ancora al Gattopardo (anche se può sembrare stucchevole), ma è uno dei tipici 'tratti' italiani: lo 'sfiduciato', lo 'consolato', il 'disilluso, il 'fatalista' a disagio tra due mondi. Il principe Fabrizio è il tipico 'depresso' italiano, dove, ovviamente, depresso è da intendersi colui che vive un consueto stato di 'bassa' pressione, di occasioni mancate, di opportunità svanite. Un senso di 'aggressione' da tutti i lati, dove i Sedara (il sensale greve, ma arricchito) la fanno da padroni, proprio perchè non hanno neanche loro illusioni, ma poco gliene importa. Dice don Fabrizio: "Illusioni non credo ne abbia più di me, ma è abbastanza svelto per saper crearsele quando occorra". E' più italiano Manzoni o Leopardi?