L'Italia degli "Sbafatori" che ci toglie l'appetito

Il nuovo romanzo di Camilla Baresani descrive la decadenza del giornalismo gastronomico. E del Paese che lo alimenta

C'erano una volta Brera, Monelli, Soldati, oggi ci sono gli sbafatori. Come un'etologa, Camilla Baresani ha studiato il comportamento dei giornalisti e dei semigiornalisti gastronomici, riti di accoppiamento compresi, come una darwinista ha registrato l'evoluzione della specie, come la narratrice che è ne ha ricavato un perfetto romanzo breve: Gli sbafatori , appunto, edito da Mondadori Electa (dal 22 nelle librerie). Vi si racconta la resistibile, pressoché casuale ascesa di una giovane food blogger e la rovinosa caduta di un vecchio gourmet degli old media (guide cartacee e programmi televisivi).

Beninteso non sono pagine nostalgiche, un po' perché la scrittrice bresciana ha il gusto del presente, non del passato, un po' perché il cinquantottenne decaduto non è meno marchettaro della ventisettenne rampante. Cambia soltanto la consapevolezza: «Sono solo un povero scroccone, un parassita del food&drink» confessa Guidobaldo in un momento di verità. Mentre Rosa è cresciuta nell'epoca del comunicato-stampa copiato e incollato e non conosce nemmeno per sentito dire l'età dell'oro dei grandi inviati, dei grandi letterati che hanno scritto l'epopea della gastronomia d'autore tra il 1935 (pubblicazione del Ghiottone errante di Paolo Monelli) e il 1992 (morte automobilistica di Gianni Brera sulla strada fra Codogno e Casalpusterlengo, di ritorno dall'allora eccelso ristorante «Il sole» di Maleo). Monelli e Brera, così come Soldati e Denti di Pirajno, oltre che mangiare sapevano scrivere e godevano dell'ulteriore vantaggio della non specializzazione: famosi o comunque noti per opere del tutto estranee alla buona tavola, i loro redditi non dipendevano dai vignaioli e dai cuochi dei quali occasionalmente parlavano. Erano pertanto palati liberi. Mentre chi è perennemente a caccia di sponsor, inviti con rimborso spese, eventi con gettone o almeno pacco regalo, non se la può nemmeno sognare la critica gastronomica, deve solo studiarsi il Sinonimi & Contrari per arricchire, con nuovi aggettivi entusiasmanti, il lessico dell'adulazione.

A un certo punto Rosa, non essendo ubiqua, si trova a dover scegliere fra due inaugurazioni di ristoranti di stilisti, uno «show cooking live» di un cuoco televisivo, un viaggio alle Eolie «alla scoperta di un resort cinque stelle lusso con trattamenti dimagranti al fieno tirolese», una verticale di dieci annate di Dom Pérignon al Gritti di Venezia, una festa organizzata da Moët & Chandon nella «vip lounge dell'albergo più iconico di Milano», insomma il Bulgari. Un vortice di vanità dove il cibo viene chiamato «food», i gourmet «foodies», le degustazioni «drinking experience»... Non sono soltanto io, l'ultimo dei patrioti, a notare il pacchiano e lo sciocco di questa anglofonia. Anche Camilla (la chiamo semplicemente Camilla come un tempo veniva chiamata semplicemente Camilla un'altra spietata critica dei costumi, Camilla Cederna) l'ha notata e nelle pagine del suo libro ha nascosto un prezioso dizionarietto di parole da cui fuggire: «abiti vintage» («ossia usati»), «celebration» («mesti raduni di foodblogger e giornalisti di testate sconosciute inviate in abbonamento gratuito»), «temporary shop» («negozi che non avevano funzionato e che ora il proprietario cercava di affittare per svendite di merci inutili ed eventini da nulla»)...

Gli sbafatori non sarebbe così perfetto se non fosse così informato: Camilla conosce molto bene il mondo che descrive (anche lei recensisce ristoranti) e le dinamiche erotico-sentimentali dei due protagonisti, divisi dalla differenza di età e di potere, accomunati dal vivere a sbafo e dalla paura del futuro, prima di venire raccontate sono state indagate, è evidente. Non c'è soltanto il declino del giornalismo, c'è il declino dell'Italia, in questa storia di scrocconi che cercano disperatamente di rimanere aggrappati al lusso perché intorno avanzano miseria e invasione. In questo romanzo finto frivolo e davvero non conformista i tram sono pieni di «filippini e cinesi sudati», le stazioni sono «occupate da derelitti sdraiati in preda a fame, sete, sonnolenza etilica o da droga», le litoranee sono «punteggiate da prostitute come fossero cippi, decine di donne di ogni genere e colore, stavano appoggiate alle staccionate tra sacchi di spazzatura sventrati e rifiuti sparsi ovunque»...

Ci sono pagine che piaceranno ai lettori di Houellebecq, come quella sul piazzale della Stazione Centrale di Milano osservato da una sontuosa camera del Gallia, «zeppo di eritrei sdraiati tra vecchi trolley malridotti e spazzatura. Rosa guardò smarrita l'accampamento spontaneo che aveva quantomeno il vantaggio di aver rimpiazzato i bivacchi di zingare incinte, ladre di portafogli». Qualcosa mi dice che Gli sbafatori non verrà elogiato da Repubblica , quindi lo faccio io qui.

Commenti
Ritratto di Giano

Giano

Gio, 17/09/2015 - 15:16

Quando vedo in televisione questi giornalisti enogastronomici, sempre alla ricerca di prodotti genuini, antiche ricette e specialità locali, la prima immagine che mi viene spontanea in mente è quella di vederli attorno ad una tavola riccamente imbandita, abbuffarsi di prelibatezze assortite, messe a disposizione gratuitamente da enti e aziende per il turismo e decantarne la bontà ineguagliabile. E subito dopo, prima di abbandonare l'antico borgo o l'azienda agricola, sistemare con cura nel bagagliaio i vari pacchi regalo, sempre offerti da produttori e operatori turistici del luogo, pieni di vino, olio, formaggi, salumi, dolciumi ed ogni ben di Dio. Chissà perché penso questo. Sbaglio?