Macisti, colossi e Messaline Che storia, quelle leggende

Un dizionario del cinema mitologico italiano: una grandissima stagione che sfornò bizzarri polpettoni ma anche opere geniali per scrittura e regia

La grandezza del cinema non la fanno i capolavori e i maestri, ma gli artigiani e i mestieranti. Lo si capisce bene sfogliando Il grande libro di Ercole (Edizioni Sabinae, pagg. 430, euro 30) dei due cinefili stracult Steve Della Casa e Marco Giusti dedicato al cinema mitologico in Italia, il cosiddetto peplum. Una grandiosa stagione artistica che dal 1957, quando uscì Le fatiche di Ercole con il mitico culturista Steve Reeves, alla metà dei '60, quando il genere fu spazzato via dallo spaghetti-western, produsse oltre 200 pellicole, dalla A di Afrodite, dea dell'amore alla Z di Zorro contro Maciste (sic). Tutti film «censiti» da questo straordinario volume dal quale, fra rocce di polistirolo espanso, una veridicità storica spesso messa a dura prova, la Terra Promessa ricavata da un'ansa del fiume Tevere, ma anche geniali intuizioni di scrittura e di regia, si scopre che:

COME NACQUE IL TUCA TUCA

In Maciste nella terra dei Ciclopi (1961) Raffaella Carrà - molto raccomandata - recita come vestale: è quella che sviene dopo aver toccato Maciste con un dito sul pettorale muscoloso.

L'ARTE DI ARRANGIARSI

Per girare la scena dell'anfiteatro (all'Arena di Verona) di Barabba (1961) servivano 10mila comparse. Per convincerle a stare tutto il giorno, in tunica, ad agitarsi sugli spalti, la produzione s'inventò una lotteria con in palio sei automobili “1100”. Si dovette anche abbattere a fucilate un leone (del circo Togni) diventato pericoloso.

BATTUTE

Tra le peggiori, quella in I baccanali di Tiberio (1960), parodia peplum con Walter Chiari e Ugo Tognazzi. «Hai ricevuto il messaggero?». «No, io leggo il Corriere».

OPERE DI PESO

In Annibale (1959), con un giovane Mario Girotti non ancora Terence Hill e un grosso Carlo Pedersoli non ancora Bud Spencer, ma barbutissimo come re Lotario, il passaggio delle Alpi dell'esercito cartaginese fu girato negli studi romani «De Paolis» con veri elefanti e un notevole rinforzo del pavimento. La scena, una perla, fu riciclata in molti film successivi.

SOTTO LA TUNICA NIENTE

Le calde notti di Poppea (1966), film che utilizza gli stereotipi del mitologico in chiave sexy, si apre con la bellissima Olinka Berova che corre con i seni al vento per sfuggire a due soldati, sulle note della canzoncina Po... Po... Poppea. Curiosa l'interpretazione che Sandro Dori fornisce di Nerone, suggerendo sue tendenze omo.

EROI EROTICI

Ursus il terrore dei Kirghisi (1964) fu iniziato da Ruggero Deodato, assistente di Rossellini che doveva esordire nella regia, e terminato da Antonio Margheriti, che contemporaneamente stava girando Il crollo di Roma. Negli anni '70 circolò in Francia una versione infarcita di inserti hard-core opportunamente intitolata La vie érotique d'Ursus.

CHE FENOMENI!

L'ultimo gladiatore (1964) di Umberto Lenzi ha due scene notevoli. La prima è il bagno nel latte di Messalina, la bellissima Lisa Gastoni: però non era latte, ma acqua e calce, che non fece molto bene alla pelle dell'attrice. La seconda è Jimmy il Fenomeno con la parrucca bionda che fa il britanno scemo.

DRACME E DENARI

Il produttore Giuseppe Maggi aveva solide idee in fatto di cinema: «Ogni leone che si vede in un film sono cento milioni in più d'incasso, perciò metteteci più leoni possibile, perché più cristiani mangiano i leoni, meglio è». Il suo Gli ultimi giorni di Pompei, del 1959, regia di Mario Bonnard alias Sergio Leone, incassò solo in Italia 690 milioni.

SONO PAZZI QUESTI ROMANI

I magnifici sette gladiatori (1983), remake in salsa peplum anni '80 de I magnifici sette e I sette samurai, nacque per lanciare al cinema il gigantesco Lou Ferrigno, già protagonista dell'Hulk televisivo. Quando i produttori Golan e Globus videro il film finito decisero che era impresentabile: dissero che non potevano consegnare ai loro clienti un film così brutto. Allora chiamarono Luigi Cozzi con il suo sceneggiatore abituale (Daniele Del Giudice!) per tentare di salvare il film. In realtà, senza dire niente a Ferrigno, ne girarono uno nuovo, Hercules II.

PECUNIA NON OLET

Nel peplum, per soldi, ci cascò anche Orson Welles: lavorò in tre film.

DIALOGHI FILOSOFICI

Ne Le vergini di Roma (1961), iniziato a girare in Jugoslavia da Vittorio Cottafavi, sostituito poi da altri tre registi, le amazzoni a seno nudo sono interpretate da soldati dell'esercito jugoslavo con parrucche gialle e calzoni che escono dai costumi. Alcune inquadrature mostrano cosce pelose. Dialogo tra Lucilla e Strabone: «Sei ignobile». «Siamo ignobili». Il film non andò benissimo.

NON SI BUTTA NIENTE

Il vendicatore dei Mayas (1965), che incassò discretamente, in realtà era un film di recupero: la sequenza del mostro è presa da Maciste contro i mostri, il terremoto da Maciste contro i tagliatori di teste e così via. Però la foresta in cui scappano i maya prima è tropicale, poi appenninica d'inverno.