Max Stirner, unico per tutti e tutti per il suo «L'Unico»

Io. Doveva essere il lapidario e programmatico titolo di un'opera maledetta ma cruciale per capire la modernità atea, l'individualismo, l'anarchia e il nichilismo. Poi al secco Ich l'autore preferì L'Unico e la sua proprietà. Parliamo di Johann Kaspar Schmidt, più noto come Max Stirner, pseudonimo che evoca la sua alta fronte. Quel titolo fu ammirato da Carl Schmitt, che in Ex captivitate salus lo definì il più bello e più tedesco di tutta la letteratura filosofica tedesca.
Forse non era un complimento per Stirner che non dette mai peso all'estetica e ancor mano all'appartenenza nazionale. Ma quel libro partorito nel 1844 è un crocevia del pensiero tedesco, europeo e mondiale e non solo per il pensiero anarchico. Stirner attecchì non solo nel mondo rivoluzionario, oggi anarco-insurrezionalista, o tra le avanguardie e i situazionisti, ma lasciò traccia anche nel cuore più radicale del liberalismo, tra i libertarians, ed ebbe ammiratori sorprendenti anche nel pensiero conservatore e reazionario. Dicevamo di Schmitt, potremmo dire di Julius Evola e di altri autori. Sul piano politico il lettore più entusiasta in gioventù fu Mussolini, figlio di un anarchico che gli dette il nome Benito in onore dell'anarchico Benito Juárez. Del resto, Stirner ebbe l'ammirazione implicita di Nietzsche e la stroncatura esplicita di Marx ed Engels, nell'Ideologia Tedesca. Ma ambedue a lui si riferirono, Nietzsche per fondare, senza citare Stirner, il Superuomo al di là del bene e del male, Marx per criticare sulle tracce di Feuerbach l'essenza umana come concetto fumoso.
È uscita di recente in Italia la prima biografia umana, non filosofica ma quasi agiografica, dedicata a Stirner. La scrisse oltre un secolo fa un poeta anarchico di origine scozzese, John Henry Mackay, fondatore del movimento omosessuale, morfinomane ed eversore. Max Stirner, vita e opere (Bibliosofica, pagg. 228, euro 13), narra la parabola di quel pensatore che visse una vita tormentata, fra le morti precoci dei suoi genitori, della sua compagna e del suo figlio (unico, naturalmente), manicomi e povertà, e morì neanche cinquantenne nel 1856.
Stirner potrebbe definirsi il riassunto cinico della modernità e il suo esito più coerente. La modernità nasce dalla scoperta dell'assoluta autonomia dell'Io, via via considerando oppressive e alienanti l'idea di Dio, di natura, di tradizione, di patria, stato e comunità, fino alla famiglia. L'Io si autocrea, muta la natura ed è il solo arbitro del bene e del male. Stirner, come il pensatore reazionario de Maistre e come lo stesso Schmitt, svela il fondamento teologico della politica e rifiuta il formalismo giuridico che nella modernità tempera il potere dell'Io con il limite della norma e l'osservanza della legge. Invece per Stirner dietro il diritto e la politica non c'è la legge o il consenso, ma la forza e l'irrazionale. Lo stesso Marx intravedeva nel pensiero eversivo di Stirner l'esito conservatore e reazionario. Quando Stirner scrive: «Che io abbia o no un legittimo potere-diritto non mi interessa affatto, se sono potente, ho autorità, non ho bisogno di altra autorizzazione e legittimazione» giustifica tanto l'anarchia che il suo contrario, l'autoritarismo, il decisionismo assoluto. Proprio su questa linea Mussolini scrisse un saggio dedicato a Nietzsche, La filosofia della forza. E un filosofo socialista, libertario e ateo come Giuseppe Rensi fondò la sua filosofia dell'autorità.
Ma Stirner è il riassunto cinico della modernità non solo nei suoi esiti estremi, ma anche nel suo esito liberale, perché ne radicalizza il suo perno, l'individualismo. Egli annuncia «il compimento del liberalismo nell'Unico» dove «ogni essere supremo, compresa l'umanità, viene annientato, e la teologia si ribalta in antropologia». Presupposto teologico dell'individualismo è il protestantesimo che, dice Stirner, ha reso non solo la fede, ma «anche la schiavitù più interiore». Stirner esorta i liberali ad affrancarsi dei paramenti sacri e normativi e a presentarsi allo stato puro, come assoluta rivendicazione dell'io e del suo utile. Micidiale è pure la sua demistificazione della «buona coscienza» umanitaria. L'altruismo non è rivolto ad alleviare le altrui sofferenze, ma a eliminare lo spettacolo del dolore davanti ai miei occhi: «Se io soccorro l'altro non è per lenire il suo dolore ma solo per allontanare la mia pena». Tutto ruota intorno all'io, Individuo Assoluto. «Io ho fondato la mia causa sul nulla» è l'incipit ma anche l'epilogo dell'Unico stirneriano.
Il suo è il primo, vero manifesto del nichilismo, anche se l'espressione affiorerà solo diciotto anni dopo, nel romanzo Padri e figli di Ivan Turgenev riferito ai giovani atei e anarco-rivoluzionari russi. Il nichilismo ha un cuore russo e una testa tedesca, ma le sue arti per allungarsi nel pianeta saranno angloamericane. Stirner fu davvero il concentrato, anzi il distillato del nichilismo. Egli elevò gli Stati Uniti a simbolo di una società più libera rispetto a quelle europee, che lascia «al singolo la decisione di attirare o no su se stesso» le conseguenze del suo comportamento. Nell'America Stirner arrivò a vedere la società reale che più si avvicinava al suo modello ideale, l'Unione degli Egoisti. Sfuggiva a Stirner l'afflato ideale e religioso americano, il suo rigorismo etico e l'amor patrio, ma egli coglieva la radice individualista in una società non fondata su originarie appartenenze, ma su un libero e «occasionale» contratto che mira non al bene comune ma al bene di ciascuno. Ma anche l'Unione degli Egoisti per funzionare dovrà accettare alcune leggi, alcuni limiti e alcune reciprocità, per cui non potrà essere anarchia pura né assoluto egoismo, ma egoismo depotenziato, delimitato e regolato. L'anarchia resta nel fondo l'utopia della società liberale, la sua aspirazione ideale. Il suo freno è appunto il realismo. È il sogno di estinguere l'idea stessa di società, residuo platonico - direbbe Popper - concetto metafisico inesistente, secondo certo liberalismo anglosassone.
Per il liberale puro esistono solo gli individui, non la società. L'idea di società è l'ultimo residuo di quel Noi su cui si fondano lo spirito religioso, lo spirito tradizionale e lo spirito comunitario. Dissolto ogni legame sociale, cosa resta se non l'unione degli egoisti? Per uno di quei paradossi della storia, un individualista isolato come Stirner diventa il filosofo dell'egoismo di massa, il fenomeno più lampante d'occidente. L'Unico di Stirner, col suo egoismo assoluto, è l'orizzonte, la barbarie e la disperazione del presente. L'Io è tutto, il resto è nulla; ma dell'io non resta poi nulla. Apoteosi e vanificazione dell'Ego, l'ultimo dio breve.

Commenti
Ritratto di rosario.francalanza

Anonimo (non verificato)

Ritratto di rosario.francalanza

rosario.francalanza

Sab, 14/06/2014 - 12:43

Dr. Veneziani, leggo con colpevole ritardo il Suo intervento. Ma mi convinco sempre più di quanto sia complesso e arduo il mondo della (a questo punto: 'cosiddetta') 'Destra'! E di quanto sia ambiguo il suo fondamento. Se veramente un 'anarchico' incarna un 'elevato' e più 'alto' senso dell'egoismo, allora siamo di fronte al più grande 'equivoco' della storia delle ideologie e della politica. In pratica mi pare di capire che, con buona parte del Comunismo e, ancor più, con tutte le sue degenerazioni catto-perbeniste e radical-chic attuali, siamo di fronte ad un prodotto 'mistificato'; cioè, come Lei dice, ad "un libero e «occasionale» contratto che mira non al bene comune ma al bene di ciascuno". Invece con l'anarchia' saremmo di fronte al suo esatto contrario: alla pulsione al 'sacrificio' di un singolo in vista del bene comune. Un Anarchico come 'eroe' (e, se mi posso permettere, pensando che Cafiero e Malatesta, anarchici ‘storici’, vicini a Bakunin, erano due aristocratici: uno pugliese e l’altro casertano, mi verrebbe da dire che anche in Veneziani, vi siano analoghe ‘venature’ anarco-aristo-meridionali!). Siamo comunque al vagheggiamento di una società dove ognuno dà qualcosa di sè; ma senza che necessariamente debba sussistere una 'società'! Se è vero, come dice Stirner, che: «Che io abbia o no un legittimo potere-diritto non mi interessa affatto, se sono potente, ho autorità, non ho bisogno di altra autorizzazione e legittimazione», allora, conseguentemente, io direi: "Non ci sarebbe bisogno di una 'società' se ognuno facesse il proprio dovere!". Utopie, s'intende; e il radical-chic benpensante non mancherebbe di farlo notare, gonfiandosi il petto, compiacendosi di aver detto chissà quale "arca" di saggezza. Ma le utopie sono l’unica cosa che possiamo contrapporre alle ideologie!