Nel Guercino ritrovato fierezza da vero signore

Torna nella sua Modena dopo l'"esilio" spagnolo il duca Francesco I d'Este. In un sontuoso ritratto

Visto al suo apparire, or sono quindici anni, presso il pigro e perspicace Peter Glidewell, e subito acquattato, non ebbi dubbi nel riconoscere, in questo solenne dipinto ufficiale, il vero Ritratto del duca di Modena Francesco I d'Este del Guercino (olio su tela, cm.224 x 120,5), ricordato dalle fonti e ritenuto perduto, come è tuttora quello della duchessa Matilde Farnese.

I due dipinti, citati dal Malvasia all'anno 1633, furono pagati 630 scudi il 31 maggio 1633, come annotato nel Libro di spese del Guercino, primamente pubblicato dal Calvi, e poi collazionato da Denis Mahon. Il Salerno opina che il prezzo sia stato così alto «perché con ogni probabilità comprendeva anche il costo di due paia di copie eseguite da allievi del Guercino (fra i quali era Matteo Loves)». Ritenuti perduti dal Mahon gli originali, che peraltro il Campori diceva impropriamente «smarriti» già nel 1744, ne sopravvivono le modeste copie del Museé d'Art et d'histoire di Ginevra (pur giudicati autografi dal Venturi, e in seguito della bottega dal Mahon, e repliche di Matteo Loves da Nora Clerici Bagozzi). Certo, basta il confronto con il nuovo dipinto per confermare il giudizio di Mahon sulle mediocri e tarde derivazioni, invero indegne anche del genuino Loves, meno virtuoso del maestro, ma onesto pittore.

L'evidente importanza dei dipinti è attestata dai documenti che confermano il particolare interesse del duca. Nell'ottobre 1632, il duca Francesco I d'Este manda una carrozza a Cento per prendere il Guercino e condurlo a Modena. Qui l'artista si trattiene con Bartolomeo Gennari e il Loves per dipingere i ritratti del duca e della duchessa, che il 27 dicembre sono ultimati: il rapporto con il Duca durerà poi a lungo.

La presenza di Gennari e Loves non comporta una collaborazione. Lo dimostra, in relazione con i dipinti di Ginevra, la versione riemersa, di sensibilissima qualità negli incarnati e nei dettagli dell'abito da parata e del meraviglioso tendaggio. Pur nella rigidezza della postura, il personaggio è vivo e vero nell'espressione e nel caldo colorito del volto. Assai lontano dall'attaccapanni della versione legnosa di Ginevra, il giovane duca, nell'abito di morbido velluto nero operato, con i buffi e fioriti calzari a trucioli dorati, posa davanti a una tenda di meravigliosa seta lucchese, su un loggiato del palazzo ducale dietro il quale si vede la Ghirlandina.

È il ritratto ufficiale del Signore che, divenuto duca di Modena nel 1628, iniziò a farsi celebrare, manifestando la sua vanità, dal vicino Guercino, per poi offrire il proprio volto fiero e astuto, a Madrid, cinque anni dopo, nel 1638, all'occhio complice e sospettoso di Velázquez e, infine, eternarsi nel marmo di Carrara grazie al Bernini, in un busto eroico e rapinoso. Impacciato davanti a Guercino, il duca, perennemente giovane, ancora nel 1650, esprime maestà e fierezza nel vento del panneggio che lo avvolge. I lunghi capelli, con l'estensione dei riccioli della parrucca, e il colletto sono gli stessi del ritratto di Guercino, ma Bernini, che non vede il duca e agisce a memoria e sulla base di improvvisate polaroid, aggiunge una energia e una vitalità che vanno oltre la verità esistenziale di Velázquez, attento al respiro e al turbamento emotivo del Signore che ha di fronte, osservato prima come uomo che come potente. E Velázquez certamente vide, e volle rovesciare nella dimensione della interiorità, il ritratto aulico di Guercino che Francesco aveva portato con sé per donarlo al re di Spagna Filippo IV, in occasione della visita a Madrid nel 1638 (ed è significativo che quest'ultimo sia stato ritrovato proprio in Spagna, presso gli eredi dell'Infante don Sebastián Gabriel de Borbón, dove è ricordato nell'inventario della collezione del 1835, al n.207, come «retrato de cuerpo entero del Duque de Modena del Guarchino»). Ma è tale la forza quasi sovrumana del busto di Bernini che si agita nello spazio da sembrare il particolare di un monumento equestre, in cui lo scultore blocca il movimento dell'eroe nell'azione di conquista, come quando era sceso sul campo di battaglia per il dominio di Cremona.

Grande e audace condottiero, Francesco, che coltivava l'ambizione di riprendere Ferrara allo Stato Pontificio, ebbe una dirittura morale ed una religiosità rara fra i principi di quei tempi; amava donare senza farlo sapere a coloro che gratificava e, nonostante tutto, preferiva la pace alla guerra. Modena si trasformò in una vera capitale grazie alla sua opera: costruì, oltre al Palazzo Ducale, il Teatro della Spelta (3000 posti a sedere), allargò il Naviglio fin dentro la città che ebbe il porto, costruì la sontuosa villa delle Pentetorri, distrutta da un bombardamento durante la Seconda guerra mondiale, restaurò la Cittadella e volle la palazzina del Vigarani nei giardini del palazzo. Eresse anche il Palazzo ducale di Sassuolo, destinato alla villeggiatura della corte. Protettore di artisti e letterati, Francesco arricchì la Galleria estense, in competizione con le più ricche collezioni d'Europa, con l'acquisizione di opere dei maggiori, in parte vendute dal suo discendente Francesco III al re di Polonia ed elettore di Sassonia Augusto III, e che oggi costituiscono la parte più notevole del museo di Dresda.

E, tra i potenti, scelse di farsi ritrarre dagli artisti più grandi del suo tempo. Guercino lo vide e lo fissò, consapevole e determinato, all'inizio della sua impresa umana, civile, culturale. Dopo il terribile furto della pala di Guercino dalla chiesa di San Vincenzo, è ritornato a Modena provvidenzialmente il suo miglior duca, a parziale risarcimento della città mortificata, grazie alla iniziativa di un intraprendente è disponibile privato. Ora il ministro (ferrarese ed estense) dovrebbe assicurarlo allo Stato, e affiancarlo al Velázquez e al Bernini nella Galleria Estense, che lo attendono.