Pennac scrive all'insaputa di Pennacchioni

Banalità buoniste e luoghi comuni nella conversazione con Fabio Gambaro

Quando uno scrittore fa un libro intervista c'è da diffidare nel novantanove per cento dei casi. Prendiamo Daniel Pennac, di cui Feltrinelli pubblica L'amico scrittore , una conversazione con Fabio Gambaro, tra i migliori amici di Pennac, all'anagrafe Daniel Pennacchioni. Tuttavia il problema di Pennacchioni è essere buono e simpatico, per questo non c'è un suo romanzo memorabile ma tanti romanzi carini.

Dal brillante dialogo si apprende che leggere è un atto di libertà, la lettura e la scrittura devono essere un piacere, il romanzo qualcosa che «invita gli adulti a accettare la parte infantile nascosta di ognuno di noi», la meraviglia qualcosa che ti spinge a scrivere. Si lamenta che il suo decalogo del lettore ha suscitato delle critiche perché reputato banale, ma va? E poi, va da sé, i suoi libri sono una cosa e lui è un'altra. È da più di un secolo che va avanti questa storia, dal « je est un autre » di Rimbaud al Contro Sainte-Beuve di Proust fino alla separazione di intentio operis e intentio auctoris sviluppata dagli strutturalisti. Stranamente ci provò Pasolini, in una lettera a Moravia, a rivendicare l'identità dell'io narrante e dell'io biografico. Con scarsi risultati, a cominciare da se stesso: infatti il libro a cui stava lavorando, Petrolio , era in terza persona, e il protagonista che fa sesso orale seriale con i ragazzini nei pratoni romani si chiama Carlo, neppure Pierpaolo.

Tra l'altro non è che Pennacchioni ci rimetterebbe, a dichiararsi uguale ai suoi libri. Sono libri buoni, non fanno male a nessuno, sono piacevoli e colti e a lui piace frequentare i ragazzi e le scuole, potrebbe essere un ministro dell'Istruzione modello del governo Renzi. Umilissimo, tiene a precisare che essere uno scrittore non significa niente. «Non considero l'idea di scrittore in termini di valore. Uno scrittore non vale di per sé più di un'altra persona che svolge qualsiasi altro lavoro. Il lavoro di uno scrittore non è più nobile di altri». Sarebbero risposte perfette per strappare un applauso a Che tempo che fa , guarda caso Pennacchioni è sempre stato l'ospite ideale di Fazio, e vedrete se non sarà invitato a breve.

Attenzione: non solo essere uno scrittore non è un valore, ma neppure leggere: «se si considerasse la lettura un valore si discriminerebbero automaticamente tutti coloro che non leggono». Per carità, non discriminiamo nessuno. La sinistra culturale è piena di queste tiritere egualitarie, infatti ha ucciso la meritocrazia. Tutto deve essere uguale. E non solo in Italia ma nel mondo, dove per ambire al Nobel devi essere del terzomondo o almeno dichiaratamente terzomondista.

Mi ricordo di una discussione con Carla Benedetti, la critica di Antonio Moresco: lei mi rimproverava di usare il termine «letteratura» in senso gerarchico. Meglio qualcosa di diverso. Tipo? «La Forza» rispose lei, e io la fissai sperando almeno si trasformasse in Obi Wan Kenobi. Come se poi la forza non fosse un concetto gerarchico. Come se poi tutta la vita e ogni suo miglioramento non implicasse una distinzione tra migliore e peggiore, più bravo e meno bravo. «Tutto è stupro fino a prova contraria» scrisse il saggista Robert Hughes ne La cultura del piagnisteo , ormai un classico contro il buonismo del politicamente corretto, proponendo ironicamente di eliminare le linee dai campi da tennis per non dispiacere a nessuno.

Non ce l'ho con Pennacchioni. Il punto è che uno scrittore, per potersi permettere un libro intervista interessante, deve essere un vero stronzo. Uno tipo Thomas Bernhard o Witold Gombrowicz, per capirci. Già Aldo Busi ti attaccherebbe una filippica morale e sociale che neppure un parroco di campagna. Già Michel Houellebecq sarebbe troppo ruffiano e paraculo e ti risponderebbe che non ce l'ha con Islam, anzi. Infatti il miglior libro intervista a uno scrittore è un libro inventato: Igiene dell'assassino di Amélie Nothomb. Alla fine resta comunque una bella scoperta: Pennacchioni è il miglior amico dell'uomo. Io da bambino lo avrei voluto come zio, oppure lo ingaggerei adesso per farmi fare bella figura alle riunioni di condominio.