Quelle 16 signore che sedussero l’800

In «Cortigiane» di Giuseppe Scaraffia i ritratti delle donne che fecero delle proprie grazie un invincibile strumento di potere

In un tempo in cui le mogli adultere venivano cacciate dal tetto coniugale, le cortigiane non esitavano a tradire ostentatamente chi le manteneva, giocavano anzi sulla gelosia maschile, e se era il caso la punivano con gusto. In quel secolo borghese del risparmio, il lusso che le circondava era eccitante per i loro uomini quanto e forse più di un seno traboccante, di un selvaggio inarcamento di schiena, di un’occhiata uncinante.
I ritratti delle sedici donne fatali dell’Ottocento che Giuseppe Scaraffia presenta in Cortigiane (Mondadori, pagg. 224, euro 18,50) sono un affresco del demi-monde, termine inventato da Dumas figlio, grande frequentatore di cortigiane, per designare l’universo della corruzione portata nella società francese da quel genere di seduttrici, l’altra faccia della medaglia in una società che sanciva una concezione sacrale della famiglia e aveva a modello la remissività muliebre. Se gli uomini schiavi delle cortigiane rappresentavano la cattiva coscienza di un’epoca, se assaporavano l’ebbrezza di veder calpestati dai piedini adorati i valori di una società troppo rigidamente strutturata, le cortigiane mostravano di possedere qualcosa che solo loro, e qualche artista isolata come George Sand, avevano: la libertà. Ad apprezzarle più di qualunque altro, e ad avere con loro i commerci più vari, erano i grandi artisti dell’epoca, da Balzac a Baudelaire, da Manet a Mallarmé.
Fu un giornalista potente, Emile de Girardin, a consigliare al principe Napoleone, detto Plon-Plon, cugino di Luigi Filippo, la cortigiana Anna Deslions, che amava stare molto tempo a letto quando per ragioni d’opportunità non era costretta ad andare a teatro o al Café Anglais. Era una statuaria bellezza bruna, aveva la pelle bianchissima. Il via vai di uomini sulle scale del suo appartamento di lusso era intenso. Un giorno, il napoleonide incontrò salendo un commediografo che scendeva. Gli disse: «Ingannato da un uomo di spirito, è ancora una fortuna». L’altro gli rispose: «Disonorato da un’altezza reale, è pur sempre un onore».
Ed ecco, nell’incrocio degli eventi del 1848, quando vengono fatte e disfatte molte fortune e molte idee, la figura della marchesa di Païva, all’origine povera ebrea polacca cresciuta nel ghetto di Mosca, arrivata fortunosamente a Parigi, bella e intelligente, associata dapprima a un pianista di vaglia e approdata infine al matrimonio effimero con un tenebroso parente dell’ambasciatore portoghese e diventata quindi marchesa, tanto parsimoniosa nel concedersi agli adoratori, quanto esosa di denaro. Ed ecco la famosa Alice Ozy, che a tutti i costi voleva fare, non senza qualche talento, il teatro. Per sedurla, l’impenitente Victor Hugo le aveva offerto di farla entrare alla Comédie-Française. Lei gli fece vedere il suo ampio letto professionale, dicendo: «È il mio album...», come oggi una modellina direbbe: «Questo è il mio book».
E ci sono naturalmente Lola Montez, col suo ticchettar di nacchere a contornare l’ondeggio delle forme perfette, pronta a incantare i personaggi più illustri, da Monaco a Parigi, a Londra, finché non la colpisce la conversione e gira con la Bibbia in mano a far conferenze devote; e Olympe Pélissier, che tiene sulla corda Balzac prima di concedersi a lui con indifferenza, Olympe che fu devota infine solo a Rossini, ma anche possessiva e malmostosa, un cane da guardia del musicista vecchio e malato. Il panorama offerto da Scaraffia è vasto, e non si deve credere che i suoi siano solo dei cammei di alcune cortigiane, perché in filigrana vi si legge molto di più in termini di costume e di clima sociale e culturale durante tre quarti di Ottocento.