Radical chic, le ultime notizie dal fronte

A chi vuoi dare il Premio Capalbio se non al teorico della decrescita felice? La notizia è questa: ha vinto Serge Latouche. Non c'è da stupirsi. Il mix di collettivismo, localismo ed ecologia dell'economista (ma siamo sicuri?) francese piace ai facoltosi clienti dell'«Ultima spiaggia». Se l'Occidente tirasse davvero il freno a mano, probabilmente una fetta piuttosto consistente della popolazione mondiale ci rimetterebbe la pelle. Ma questi non sono dubbi che possano attraversare la mente della fauna capalbiese, che ha trasformato il marxismo in uno stile di vita in sintonia col Latouche-pensiero: il negozietto etnico (costoso), il cibo equo-solidale (va giù meglio con lo champagne), le case finto umili (fondamentali gli inserti in legno grezzo). In più c'è il caratteristico sentimento della propria superiorità morale, fondato su quella innata «raffinatezza» che si esprime nella scelta di cosa leggere, come vestire e chi frequentare. Latouche non poteva che attecchire tra i vacanzieri della piccola Atene toscana, il regno dei ricconi anticapitalisti, degli anticonformisti di regime e dei potenti innamorati del popolo (purché si tenga a distanza dagli ombrelloni).
Ieri Alberto Asor Rosa, non a caso bagnante palindromo del mare di Capalbio, tuonava dalle colonne di Repubblica: «Dobbiamo recuperare il senso di superiorità». Ecco la ricetta per salvare le sorti dei partiti progressisti. Il solito elitarismo che ha fatto le fortune del centrodestra? No, l'intellettuale («eretico» nonostante tutti gli bacino la pantofola) respinge l'accusa: «La superiorità della sinistra è quella delle classi lavoratrici. E poi credo di essere la persona meno snob che esista sulla terra. Sono stato nel partito, in sezione, tra gli operai. Ho insegnato per 40 anni nell'università di massa. E oggi difendo l'ambiente. Ma è per questo che mi sento superiore». Il famoso critico letterario, che nella sua opera definitiva confuse Curzio Malaparte con Curzio Maltese, scaricando poi la colpa dell'errore sul redattore einaudiano, rifletteva su tutto ciò «dalla sua casa toscana di Monticchiello, in ampie distese che mescolano cultura e natura». Che (lotta di) classe.
In questa corsa alla superiorità morale, si trova sempre uno più veloce degli altri. Per esempio, ieri lo scrittore Stefano Benni, una delle migliaia di «coscienze critiche della sinistra» in giro per l'Italia, sul Messaggero, presentava il recital di canzoni e poesia Ci manca Totò. Il principe è evocato in questi versi, che sconfessano i Benigni e i Crozza: «O grandi comici che in televisione / Spiegate alle masse e alle persone / Quanto fa schifo la televisione / Che mescolate barzellette e canzoni / Dio, la Madonna e battute sui nani / Per amor di cultura / E un miliardo a sera / Voi che scalate canali e carriera / Che andate in tivù a smascherare il potere / Ma mi faccia il piacere! Fate largo».