Dal rigattiere di parole: "Rigattiere"

Il rigattiere, a differenza dell’antiquario, non seleziona e non valorizza; semplicemente, rimette in circolazione dei beni che possono avere ancora una loro funzione

Le definizioni si ricalcano l’una sull’altra: chi acquista e rivende roba vecchia, usata, fuori uso o fuori moda, specialmente vestiti, masserizie e simili; rigattierìa è ciarpame vecchio senza valore, oggetti di scarto. Il rigattiere, a differenza dell’antiquario, non seleziona e non valorizza; semplicemente, rimette in circolazione dei beni che possono avere ancora una loro funzione.

E’ interessante risalire all’origine; tra le varie etimologie, quella che convince di più riporta la parola al latino re-captare, dove il re è prefisso ripetitivo e captare è l’intensivo di capere (prendere): cercare di avere, impadronirsi. Ma molti vocabolari citano il francese regattier, chi vende al dettaglio, derivato dal francone kratton, o l’analogo portoghese regatar. Del francese si ricorda anche racheter (re-acheter), ricomprare. Il Rigutini e Fanfani trova occasione per la sua lezioncina: “La fede, la coscienza, è roba oggi da rigattieri”. Il solo Panlessico attribuisce alla parola anche un significato zoologico. “Genere di molluschi che hanno la proprietà di raccogliere sulle loro conchiglie i corpi stranieri circostanti”.

Perdonate ora una digressione. Il rigattiere di parole è una specie di raccoglitore di voci talvolta senza valore, ma non prive di dignità e di storia; le mette sugli scaffali e le offre a chi le vuole, quasi alla rinfusa. La forza comune che le tiene insieme, e che impedisce di disfarsene definitivamente, è quella della curiosità: per le origini, per il percorso dei significati, per qualche sorpresa nascosta. Se sono fuori uso, così rispolverate possono imbattersi in un rinnovato interesse e possono recuperare qualche ragione per una nuova vita.

Commenti

paolonardi

Gio, 02/05/2013 - 20:53

Carissimo Stefanato, non posso resistere; a Firenze esisteva una figura particolare di rigattiere che girava spingendo il suo biroccio (equivalente a barroccio) per le strade della città urlando: "donne c'è il cenciaio; compro cenci e ferri vecchi"; i primi andavano a Prato, i secondi venivano rabberciati per essre rivenduti. Con stima sperando che aver spiegato la parola del titolo non sia un segnale della fine.

Paolo Stefanato

Ven, 03/05/2013 - 14:42

No, caro Paolo, non è la fine! Ho semplicemente dedicato al titolo della rubrica la parola numero 100! E conto di continuare a lungo... Quanto al suo contributo, è sempre ben accetto e la ringrazio Paolo Stefanato