"Selfie ad Arte", la prefazione di Vittorio Sgarbi

La prefazione di Vittori Sgarbi al libro "Selfie ad Arte, l'arte ai tempi dei social", scritto da Clelia Patella ed edito da Ultra Edizioni

Qualche anno è passato. Eravamo a Milano, io ero assessore alla cultura, la incontrai a una festa o a un ballo, a Palazzo reale. Clelia era con un'amica intraprendente: Elisabetta Marelli. Mi sembrò naturale sfidarle, e proposi a Clelia di partire per l'Afghanistan, una spedizione che avevo in programma dopo pochi giorni.

Poi non partimmo, e io iniziai un lungo viaggio con Elisabetta, di cui resta un documento straordinario: il film “Sgarbistan”, più di tre mesi di girato che divennero poi un racconto del mio modo di vivere. E, mentre Elisabetta ha fatto con me tanta strada, Clelia si è tenuta in disparte; o, meglio, è apparsa in modo episodico, discontinuo.

Mi sono così reso conto ora che aveva un suo progetto ambizioso: diventare me. Con una certa furbizia, con particolari accorgimenti. Clelia non voleva accompagnarmi, ma sostituirmi. Un obiettivo che si manifesta chiaramente: "vivere en artiste", fare della propria vita un'opera d’arte. Una cosa molto diversa dall’attività critica o dal compiacimento della conoscenza. Obiettivo irrealizzabile. Eppure, nella sua vita assolutamente indipendente dalla mia, ci è riuscita. Lo dichiara con impudicizia: "Un giorno ho sentito Sgarbi polemizzare contro un decreto legge che impone un giro di vite sul gioco d'azzardo. Con una provocazione delle sue, invitava non solo a non vietare nulla, ma anzi a mettere le slot-machine dentro i musei. "Arrivi tardi Vittorione", mi è venuto da pensare, "io è da anni che ho messo i musei dentro le slot-machine'".

Insomma Clelia ha pensato bene di fare il critico d'arte. La mia misura era un po' ingombrante, per lei, e tendeva a travalicare l'artista e l'opera con la mia persona e con la mia azione. L'artista rischiava così di sentirsi annichilito. Il metodo critico di Clelia è altrettanto invasivo, ma non è la applicazione di dottrina o intelligenza, capaci di ridimensionare l'opera d’arte, o presunta tale, in un confronto mortale; è il procedere a una mimesi anche approssimativa attraverso il selfie,con un lontano richiamo all'esperienza di Luigi Ontani, le cui opere consistono nelle fotografie dei dipinti che ha animato e interpretato.

Lei lo spiega chiaramente: "I miei selfie con le opere d'arte, che ho chiamato 'Selfie ad Arte', possono sembrare il risultato di un atto spontaneo, fulmineo, un gesto che mima una forma, gioca con l'immagine e i suoi rimandi, scherza sulla compresenza di oggetti inanimati e di una performer che dovrebbe in un determinato spazio uniformarsi all'atteggiamento di tutti e limitarsi a guardare, e invece instaura un rapporto diverso con le opere, ludico e allusivo, usando il registro comico e quello grottesco; in qualche modo però quell'atto e quel gesto sono il risultato di una condensazione consapevole, che passa attraverso tutte le esperienze che ho fatto: moda, pubblicità, Tv show, radio".

In tal modo interpreta l'opera d'arte, e si sostituisce a lei, con un procedimento che richiama "Las meninas" di Velasquez,dove la realtà è sempre altrove. I suoi selfie contribuiscono a far capire, o a far capire meglio? Possiamo immaginare di sì, lei lo sa: "Davanti all'obbiettivo, io sono contemporaneamente: quello che credo di essere, quello che vorrei si creda che io sia, quello che il fotografo crede che io sia, e quello di cui egli si serve per far sfoggio della propria arte". E il libro dove racconta questo è divertente e spiritoso. E tutto per non essere venuta in Afghanistan.