Siti, come rovinare un romanzo a colpi di ideologia

Arrivati all'ultima pagina ci si chiede: perché sabotare così il proprio romanzo? In Exit strategy (Rizzoli, pagg. 224, euro 18) di Walter Siti ci sono due storie. Entrambe sono cronache di un abbandono. Nella prima storia, un personaggio a cui Walter Siti presta nome, aspetto, professione e biografia, ma che sarebbe sbagliato identificare tout court con l'autore del libro, si libera delle molte facce di un passato che i lettori hanno conosciuto nei romanzi precedenti come Troppi paradisi o Il contagio. Nella seconda storia, il popolo italiano si risveglia lentamente dal sogno berlusconiano (che per il Siti-personaggio è un incubo) anche se nulla sembra pronto a prendere il suo posto: rimangono solo poteri impersonali, imperscrutabili, indifferenti al destino dell'umanità come la finanza e la tecnologia. Il doppio diario copre un periodo che va dall'inizio del 2011 alla metà del 2013. Un arco di tempo importante sia per l'Italia sia per Siti che nella Nota conclusiva prende le distanze dalle «oscure corrispondenze» che il suo personaggio avrebbe intravisto tra la propria sorte e quella del Paese. «Corrispondenze» sulle quali il Siti-autore confessa di conservare «fiere incertezze».
Comunque sia, nel preponderante diario privato Siti racconta bene quanto sia difficile il cambiamento e dire addio alle proprie illusioni e al proprio immaginario. La passione per i corpi scolpiti dei culturisti-escort si rivela per quello che è: un'ossessione erotica, forse il surrogato di un amore autentico, senza dubbio una decennale «fuga nell'insussistente». Marcello, Rodrigo e gli altri stalloni palestrati sono stati un sogno. I sogni però non sono mai puri. Al contrario, pura è la realtà di Gerardo, bruttino, feticista perso e un filo perverso ma capace di suonare uno spartito limpido, fatto di aut aut. Altrettanto riuscite sono le pagine spietate dedicate alla morte della madre, un altro addio, «il momento che ho aspettato tutta la vita»: «da Bambi a Gramellini le madri morte sono strazianti solo se lasciano dietro di sé un piccolo indifeso, non un vecchio stronzo», dice il protagonista, prima di avvertire l'inutilità del cinismo e di sentirsi divorare dalle labbra semiaperte del cadavere, che «rigurgitano il buio e mi inghiottono senza possibile fine».
Non poteva mancare, e per fortuna non manca, un affondo, o forse sarà un altro addio, al mondo della televisione, che Siti conosce in tutte le sue sfumature. Critico, sulle colonne della Stampa, ospite in qualità di scrittore, e infine, in questo caso, sceneggiatore del reality La scimmia, esperimento andato in onda sul web e sulle reti Mediaset. Siti è stato il preside della scuola tv che si proponeva di recuperare alunni perduti per strada e di portarli al diploma. Molto divertente il ritratto di Pietro Valsecchi, capo di Taodue e produttore dello show, diviso tra «sparate di estrema sinistra» e «certi snobismi esibiti», temuto e amato in eguale misura, con la «testa zeppa di stereotipi» ma vulcanico. Nel romanzo c'è la carrellata di vip che affollava le pagine di Troppi paradisi, da Alessia Marcuzzi a Francesco Facchinetti, da Isabella Ferilli a Matteo Garrone, da Marco Giusti a Roberto D'Agostino. C'è anche il mondo letterario, il premio Strega vinto l'anno scorso, Alessandro Baricco macchina firma copie a ripetizione, Chiara Gamberale presenza rassicurante e quasi materna, Emanuele Trevi possibile curatore filologico delle opere rimaste incompiute in caso di suicidio di Walter. C'è soprattutto la grande letteratura del passato e questo romanzo, dove si cita spesso Giacomo Leopardi, finisce con una «conversione» alla realtà («cado in ginocchio e prego senza sapere Chi») davanti alla tomba di Alessandro Manzoni («Come diceva Manzoni? “E l'amor venir comandato e chiamarsi santo”»).
Exit strategy va invece a sbattere, e di brutto, quando pretende di trasformarsi in metafora dell'uscita «da un incantamento che paralizza la vita politica italiana». Non si tratta di fare la difesa d'ufficio del berlusconismo. È che l'immaginario pubblico col quale vorrebbe fare i conti Siti è roba di seconda mano. In Exit strategy non c'è Berlusconi, e neppure il berlusconismo, e ancora meno il cittadino di centrodestra. C'è la caricatura dell'Italia non di sinistra che si può trarre dalle pagine di Repubblica, e Repubblica è parte in causa nella lotta politica tanto quanto il Giornale. Possibile che gli ultimi vent'anni siano riassumibili nello stereotipo del satrapo-pifferaio magico che strega un popolo sedotto dalle storie di successo? A voler inseguire la cronaca, poi, si rischia di uccidere il libro nella culla. È quello che accade a Exit strategy. Capita infatti che Berlusconi, dato per spacciato, sia risorto senza chiedere permesso a Siti. Negli ultimi mesi tutto è cambiato ma il romanzo era già pronto per la stampa. Neppure il disperato Addendum in extremis (quindicimila battute per quadrare a pagina 224, altrimenti salta tutto l'impaginato, scherza Siti) riesce a mettere una toppa e aggiornare la situazione: nel frattempo Matteo Renzi, un Berlusconi 2.0, è diventato presidente del Consiglio, forte di un accordo sulle riforme col Berlusconi vero. Tanto affanno indica che la metafora era debole.