Spaziani, quel segreto sull'acrostico di Montale scritto in suo onore

Conobbi Maria Luisa Spaziani mentre stavo preparando la tesi di laurea. Firenze, marzo 1962. Elegante signora sulla quarantina, saputo che il mio lavoro aveva per oggetto la poesia di Montale, volle confidarmi alcuni dati che, per la loro riservatezza, non era il caso di trascrivere; ma anche un segreto che invece potevo render pubblico. Nessuno si era mai accorto che Da un lago svizzero (nella sezione de La bufera e altro, 1956, che si ispira proprio a lei, a Maria Luisa reinventata come «Volpe») fosse un acrostico. Le prime lettere di ciascun verso, lette in successione, formano infatti il suo nome e cognome: Maria Luisa Spaziani. Da quel legame col poeta de La bufera avrebbe ricavato infine (2011) un vivace quaderno di memorie: Montale e la Volpe.
Nell'anno che ho rammentato, il '62, Mondadori le stampava Il gong: conferma di una vocazione che sin da Le acque del Sabato (1954) aveva impressionato per l'autorevolezza della pronuncia, la qualità aerea e insieme densa del lessico e una musica pressoché infallibile. Dal 2012 c'è un «Meridiano» (a cura di Paolo Lagazzi e Giancarlo Pontiggia) che raduna, inquadra e commenta una dozzina di raccolte della Spaziani: una sequenza che andrebbe integrata, elementi non marginali, coi titoli della traduttrice, specie dai francesi classici e moderni (insegnò letteratura francese a Messina), e con brillanti esercizî di fantasia critica come le «interviste immaginarie» (1992) di Donne in poesia. Colpisce la fedeltà che la Spaziani ha serbato, nel tempo, alle proprie radici - la linea del Novecento europeo post-simbolista -; non c'è lutto, viaggio, amore che non si presti in lei a una trasfigurazione melodica alta, anche quando alla base vi sia il realismo talvolta giocoso di un aneddoto. E se il tema d'amore tocca il suo apice sul tardi - ne La traversata dell'oasi, 2002; Maria Luisa ormai prossima agli ottanta! - sembra chiaro che proprio a quel «tardi» si debba il fiorire irresistibile di un sentimento, la sua maturazione suprema: «La danza delle ore, le stagioni/ che in catena si danno la mano./ Io, primavera, mi allaccio al tuo autunno,/ il mio autunno alla tua primavera...».
Se è destino del poeta cercarsi, al di fuori del naturale autobiografismo, un'oggettivazione in altri, per la Spaziani il modello di più forte richiamo è stato indubbiamente Giovanna d'Arco, l'eroina di un romanzo in versi (1990) sul quale molto faticò in stesure e revisioni. Vicenda epica e tragica; per contro, l'esistenza di Maria Luisa è filata, si direbbe, colma, operosa, continuativa. Ma oggi, se ripenso che la sua morte è avvenuta il 30 giugno, torno di necessità a Le acque del Sabato, alla lirica 30 giugno che si conclude in una sconcertante prefigurazione: «Morire un poco (con te, senza di te...) contro la terra/ che aspra inonda di profumo anche/ la luna piena come quando (è certo)/ lunghe notti di grilli inebriate/ splenderanno di fuochi e di comete/ sopra la cieca pietra che fu un giorno/ Maria Luisa».