Spie, servizi e tatuaggi. I nuovi misteri di Piazza della Loggia

Un giornalista bresciano, sulla base di carte e testimonianze inedite, riapre il "problema" della bomba esplosa 40 anni fa

Quarant'anni fa, il 28 maggio 1974, a Brescia il tempo non era buono, ma alle 10 del mattino l'antica Piazza della Loggia era affollata per una manifestazione contro il terrorismo neofascista. Appena un anno prima un attentato, fatto risalire alla cosiddetta «strategia della tensione», aveva portato alla morte di quattro cittadini davanti alla questura di Milano, la città che aveva già vissuto il tremendo attentato di Piazza Fontana, nel 1969. Alle 10,12 un ordigno, nascosto in un cestino dei rifiuti, esplose in Piazza della Loggia uccidendo otto persone e ferendone centodue. Sembrò subito evidente la matrice dell'estremismo di destra: pochi giorni indietro un giovane neofascista, Silvio Ferrari, era saltato in aria mentre trasportava sulla sua Vespa un ordigno destinato a un attentato. Eppure gli inquirenti non collegarono quella morte alla strage, che ha comportato quarant'anni di processi tutt'altro che conclusi. Il 21 febbraio 2014, praticamente ieri, la Corte di Cassazione ha annullato le precedenti assoluzioni di Carlo Maria Maggi (accusato di essere uno dei mandanti) e di Maurizio Tramonte (uno degli esecutori), entrambi ex membri di Ordine Nuovo. È stata invece confermata l'assoluzione di Delfo Zorzi e di Francesco Delfino, il primo di Ordine Nuovo, il secondo ex generale dei carabinieri, all'epoca capitano responsabile del nucleo investigativo dei carabinieri di Brescia, poi generale, infine condannato nel 2001 per una truffa ai danni della famiglia di un rapito.

È impresa ardua districarsi in un intreccio - di fatti, persone, inchieste e processi - lungo quattro decenni, e non sarebbe compito di uno storico cercare la verità su fatti non ancora conclusi. Ma, come ha scritto lo studioso della rivoluzione francese Georges Lefebvre, lo storico «ha il diritto di scorgere un problema, laddove il giudice deciderebbe un non luogo a procedere». Il giornalista e storico bresciano Pino Casamassima ha esercitato questo diritto/dovere in Piazza Loggia (Sperling & Kupfer, 360 pagine, 18,50 euro), un libro che - a suo dire - sta scrivendo da quel 28 maggio 1974. Per questo saggio ha raccolto testimonianze e documenti spesso inediti, soprattutto le dichiarazioni di una donna - sedicenne all'epoca dei fatti - su un incontro tra Silvio Ferrari e Ermanno Buzzi: il quale, condannato per l'attentato nel 1979, è personaggio da romanzo. Ladro matricolato e informatore dei carabinieri, voleva fare il salto di qualità nella Brescia che contava, quella politica. Il malavitoso - che si era tatuato prima falce e martello, poi SS - nel 1981 finì nel carcere di Novara vicino ai terroristi neri Mario Tuti e Pierluigi Concutelli, che lo strangolarono appena arrivato, alla vigilia del processo d'Appello. Buzzi aveva preannunciato rivelazioni sensazionali, salvifiche per lui, dannose per molti. Casamassima ha raccolto la testimonianza di Mario Tuti, che vive in semilibertà nonostante varie condanne all'ergastolo: Tuti sostiene che Buzzi non fu ucciso per chissà quali rivelazioni (che secondo il neofascista toscano non aveva), ma perché era un delatore, un possibile prossimo pentito, capace di firmare qualsiasi verbale.

Dopo le dichiarazioni inedite della donna bresciana, la procura ha aperto un'altra istruttoria per la morte di Silvio Ferrari, con indagini che proprio in questi giorni stanno riguardando più persone. L'orientamento dei titolari della nuova istruttoria - sostiene l'autore - è che il giovane neofascista non morì per «imperizia nell'armeggiare la bomba che recava con sé sul predellino della sua Vespa», ma perché gli fu spostato l'orario del timer: la bomba esplose alle 3 di notte, mentre avrebbe dovuto scoppiare un'ora dopo, per un attentato. Convinto che la strage di piazza della Loggia passi per piazza del Mercato, dove saltò per aria Ferrari, l'autore ha ricostruito gli avvenimenti che hanno preceduto l'eccidio del 28 maggio, conducendo il lettore nel ginepraio delle istruttorie e dei processi che si sono succeduti alla ricerca della verità. Una verità che l'ultimo pronunciamento della Corte di Cassazione dello scorso 21 febbraio invita a cercare ancora.

Nonostante si senta coinvolto personalmente, come molti bresciani della sua generazione, da un “fatto” che ha segnato vite e coscienze, Casamassima riesce a tenersi alla larga dalle facili suggestioni delle tesi preconfezionate in cerca di riscontri, e dai pregiudizi ideologici alla ricerca di conferme, muovendosi in un terreno pieno di imboscate e di testimonianze rese spesso per depistare. L'abbrivio dell'indagine - tale è - parte dalla ricostruzione di quegli anni e di quella che l'autore definisce «la corte dei miracoli di Ermanno Buzzi», un'accozzaglia di personaggi del neofascismo lombardo-veneto: non quello mussoliniano dei nostalgici, ma quello in cui erano cresciuti i figli della buona borghesia bresciana, una gioventù dorata e imbevuta di ideologie confuse, che vedeva il Movimento Sociale Italiano come il padre da uccidere. Accanto e intorno a loro si muovono personaggi ambigui, malavitosi, mentecatti, cialtroni, sbandati, delinquenti comuni, sottoproletari in cerca di riscatto sociale e disposti a essere arruolati per le azioni più ripugnanti, come il sequestro e lo stupro di Franca Rame. Il saggio svela collegamenti, azioni, ideazioni di un ambiente spesso infiltrato da provocatori e informatori; per non dire della chiamata a correo dei servizi segreti e di alcuni esponenti dell'Arma. Manlio Milani, presidente dell'Associazione dei Caduti di Piazza della Loggia, nella postfazione a Piazza Loggia, scrive che grazie a libri come questo e allo spiraglio riaperto dalla Cassazione, «potremo finalmente riconoscerci come cittadini in quelle istituzioni che il 28 maggio 1974 abbiamo difeso». Speriamo.
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