Sul palco della Woolf siamo tutte comparse

«La mia “vita interiore” è quasi interamente il teatro elisabettiano. Finito Pointz Hall, Il festival, La commedia... Insomma, Tra un atto e l'altro , questa mattina» annota Virginia Woolf nel suo diario, il 26 febbraio 1941. Un mese dopo si suicidò incamminandosi nel fiume Ouse, con le tasche riempite di sassi, mentre l'intera Europa si stava suicidando nella Seconda Guerra Mondiale. Il libro a cui si riferisce è il suo ultimo romanzo, da lei stessa definito «sciocco e frivolo», lasciato in eredità al marito, ripubblicato ora da Nottetempo in una bella traduzione di Chiara Valerio (pagg. 239, euro 15,50). Pointz Hall è la residenza della famiglia Oliver, che patrocina una tradizionale recita di storia inglese, a assistervi accorrono gli abitanti della zona, contadini, aristocratici, amici di famiglia. E intorno alla messinscena si intrecciano, tra un atto e l'altro, appunto, le vite dei protagonisti.

In realtà sciocchezza e frivolezza non sono altro che il contrappunto tragicomico di un mondo in disgregazione, quanto poteva essere sciocca e frivola l'orchestra del Titanic, come l'eco dei bombardieri che irrompe qua e là, la realtà nascosta alla meno peggio dietro il sipario. Una trama intrecciata pazientemente con il filo spinato di uno stile complesso e omissivo, morbido e acuminato, perché non c'è rosa senza spine e qui anche la rosa è finta, mortuaria. È come un romanzo di Henry James dietro cui si intravedano, in controluce, figure beckettiane, l'apparente spensieratezza in bilico sulla precarietà dell'esistenza, e esseri umani simili a marionette, un James raggelato. Non a caso proprio James è citato nel diario, nel frammento successivo alla dichiarata conclusione del libro: «Noto la frase di Henry James: osserva senza tregua».

D'altra parte osservare è il mestiere dello scrittore, osservare e vivisezionare, smascherare la realtà per mezzo di una finzione più perfetta. Virginia Woolf, inoltre, come ricorda Chiara Valerio in un appassionato apparato di note, era alla ricerca di un nuovo metodo critico, «qualcosa di più veloce e più leggero e più colloquiale e più intenso anche: più pertinente e meno ritoccato, più fluido e che assecondi di più un volo della mente che i miei saggi del Common Reader ».

Così l'ultimo libro della Woolf è simile a una filastrocca popolare svelata, una favola per bambini che non sta più in piedi e lotta invano non più per un lieto fine, ma per iniziare di nuovo, ancora una volta, trascinando in qualche modo la parola per andare all'essenza stessa della parola, alla sua fragilità, al suo incessante e vano ripetersi. Allora è il mondo stesso a diventare una recita di sopravvivenza, e ogni personaggio interpreta una parte che gli si scolla addosso: chi ama non ama più, chi viene presentato come un artista è solo un impiegato, chi vuole farsi ritrarre, come Mister Oliver, non riesce a far immortalare l'amato cane, perché il pittore non voleva, il cane non c'entrava. E perfino le voci popolari sono goffe finzioni: nello stagno delle ninfee fu ritrovato un femore e si dice fosse morta una donna per amore, ma la verità è un'altra, più banale: è solo un osso di pecora.

E quindi qual è il vero centro del romanzo? Il tempo, la farsa umana, e le parole, le narrazioni, le cose, cristallizzate intorno al brulicare di un teatro umano che continua, nonostante tutto. Come l'ultima cena dei Guermantes narrata da Marcel Proust nell'ultimo volume della Recherche , perché basta un attimo, e tra un atto e l'altro l'allegra sceneggiata di Pointz Hall lascia emergere il mostro del nulla sottostante, e basta ritrovarsi in una stanza per sentire il peso di una solitudine senza scampo: «Vuoto, vuoto, vuoto. Silenzio, silenzio, silenzio. La stanza era un guscio, risuonava di ciò che era stato prima che il tempo fosse. Un vaso fermo nel cuore della casa, alabastro, liscio, freddo, contenente l'immobile, distillata essenza del vuoto, il silenzio».