Takashi Murakami, fra marketing e Godzilla

Geniale, con una factory e super pop: è il vero erede di Andy Warhol. Che nell'arte porta i "manga" ma anche il fato e la morte

Se Warhol fosse ancora vivo impallidirebbe di fronte all'artista che meglio di chiunque altro ha imparato la sua lezione, amplificandola all'ennesima potenza. Non si tratta di Jeff Koons, di Damien Hirst e nemmeno di Maurizio Cattelan, che pure intendono la creatività in maniera asettica e riconducibile al mondo dell'industria e della finanza. Il vero erede di Andy è Takashi Murakhami, e non solo perché l'asse dell'arte contemporanea si sta spostando verso il Far East.Nato a Tokyo nel 1962, con un importante curriculum di studi universitari anche nel campo della musica, ha fondato la Hiropon Factory, poi convogliata nella Kaikai Kiki Co, che ha cento dipendenti negli studi in Giappone e a New York, dove non si producono solo dipinti e sculture ma anche gadget, merchandising, grafiche...

Alcuni manager dei suoi uffici sono specializzati nei rapporti con le grandi aziende, a cominciare da Louis Vuitton che nel 2000, quando il direttore artistico era Marc Jacobs, gli chiese di reinterpretare il celebre marchio con nuovi colori più brillanti, in linea con lo stile pittorico chiamato Superflat, elogio della superficie e del gusto pop che i detrattori definiscono banale.Murakhami ha esposto nei più importanti musei del mondo e di recente ha fatto scalpore la «violazione» di un tempio dell'arte classica, la Reggia di Versailles, contaminata dalle sue figure così vicine ai Manga. In quanto alle gallerie, lavora con Gagosian, ovvero la più importante al mondo. In Italia si è visto di rado, a parte le personali alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino e proprio da Gagosian a Roma.

È dunque all'insegna dell'evento cultural-mondano la personale che si apre domani a Palazzo Reale di Milano. «Una grande e piccola mostra montata in tempo record - spiega il curatore Francesco Bonami - e incentrata sul tema dei disastri in Giappone, allestita in uno spazio simbolico che parla dell'ineluttabilità del destino, un luogo bruciato durante la guerra e successivamente andato in rovina. Noi europei non siamo abituati a tener troppo conto del fato. È un'esposizione anti-lamentela, dove i protagonisti sono dei monaci che vogliono aiutare gli uomini ad andare avanti nelle avversità».Un evento parallelo è la proiezione del film Jellyfish Eye allo Spazio Anteo. Realizzato con la computer graphic e l'animazione tradizionale, il film racconta l'adolescenza dell'autore, popolata di mostri alla Godzilla, e il presente negli incubi del post Fukushima.Tornando alla mostra, invece, s'intitola Il ciclo di Arhat, che nel Buddhismo è la persona perfetta, vicina al Nirvana, ed è visitabile fino al 7 settembre.

Tre giganteschi dipinti, fino a 10 metri di lunghezza, sono stati concepiti dopo il terremoto del 2011, mentre la scultura Oval Buddha Silver ha una presenza persino inquietante nonostante il tripudio di colori e il tono un po' kitsch. Altro tema ricorrente nella sua poetica è quello dell'autoritratto: Murakhami ama raffigurarsi come un personaggio da fumetto, barbetta a punta, capelli neri raccolti da una crocchia, occhiale tondo. Anche l'abbigliamento è più giovanilistico che artistico, t-shirt colorata, bermuda con bretelle, Vans oppure piedi nudi, insomma pensa molto alla comodità e meno al look. Su di lui si favoleggia che dorma pochissimo, soffra crisi d'ansia quando (ma quando?) ha meno da fare, che non possegga una casa ma giusto una camera da letto nei vari studi. E ammette, «ho sacrificato la mia vita privata per concentrarmi sul lavoro».

Altra serie molto interessante è quella dei teschi, che non è solo l'ennesima variazione sul memento mori di cui c'è oggettiva sovrabbondanza, ma un riflettere sul tema della morte in chiave ironica e psichedelica, quasi a voler esorcizzare l'ineluttabilità della sorte. Lui peraltro si considera figlio della controcultura, ma si rende conto che oggi l'opera d'arte è un brand e che sempre più le nuove generazioni la vedono così. Infatti vincola ogni suo prodotto alle leggi del copyright, e coinvolge il portale di moda e design yoox nella produzione dell'appuntamento milanese (e a battenti chiusi sarà possibile rivedere la mostra sul sito omonimo).