Tre uomini forti contro la politica debole

Trump, Putin e Xi Jinping sono tre risposte diverse ai problemi di sovranità suscitati dalla globalizzazione

D onald Trump, Xi Jinping, Vladimir Putin, costituiscono la triade del potere globale, i volti di una realtà geopolitica multipolare. A loro andrebbero aggiunti l’indiano Narendra Modi e la cancelliera tedesca Merkel, anche se quest’ultima appare avviata sul viale del tramonto politico. Quest’anno celebreremo i trent’anni dalla caduta del Muro di Berlino, il fatto storico che ha messo fine al mondo bipolare, incentrato sulla contrapposizione Usa-Urss, e spalancato le porte a un mondo multipolare, non privo di scenari conflittuali come il precedente. Nel mondo bipolare, nato a Yalta e diviso tra americani e sovietici, la divisione fu soprattutto ideologica, da una parte la democrazia liberale, dall’altral’utopia, rivelatasi tragica, del comunismo marxista-leninista. Le personalità, pur forti, che si sono snodate nell’arco della cosiddetta Guerra Fredda, sono state sempre sottostanti alle ideologie che rappresentavano: Stalin, Breznev, Andropov, Cernenko da una parte, Truman, Eisenhower, Kennedy, Nixon dall’altra. Oggi il paradigma appare rovesciato perché le leadership contemporanee sono esse stesse contenuto politico-ideologico, è la loro azione, la loro prassi, a fare il pensiero. I grandi fatti del mondo vengono certamente mossi dall’economia, dalla politica, dalleincidenze culturali ma le storie individuali, i profili e il vissuto dei singoli personaggi hanno il loro peso. Trump e Putin hanno due biografie personali agli antipodi. Uno figlio di un miliardario newyorkese, anche se di origini tedesche, imprenditore rampante. L’altrofiglio dell’Unione Sovietica. Vladimir VladimirovicčPutin è un personaggio enigmatico e complesso, degno di un romanzo di John le Carré, cresciuto e formatosi all’interno del Kgb, il famigerato servizio segreto dell’Urss, ma anche l’unico apparato ben organizzato ed efficiente nello Stato sovietico. Carattere volitivo e determinato sin dall’adolescenza. Quando nel 1952 nasce a Leningrado, l’odierna San Pietroburgo è ancora un cumulo di macerie. È la città che ha subito il più orrendo assedio della Seconda guerra mondiale, novecento giorni di morte in cui hanno perso la vita un milione di cittadini. I genitori di Putin erano due sopravvissuti all’assedio. Il padre era stato gravemente ferito in battaglia, la madre aveva rischiato di morire per denutrizione. Entrambe riportano danni fisici permanenti ma la ferita più grave è la morte di Viktor, il loro figlio di 9 anni, fratello che l’attuale presidente non ha mai conosciuto. All’indomani della sua elezione Donald Trump è stato investito da un’onda di isteria mediatica tendente più a sottolineare quelli che sarebbero i tratti naif del personaggio, piuttosto che i contenuti della sua azione politica. Eppure, Trump è il padre di una straordinaria e coraggiosa riforma fiscale che ha ridato slancio all’economia americana portandola a risultati record: una crescita sostenuta e la più bassa disoccupazione, quasi inesistente, dal 1969. Rozzo, incolto, arrogante, sessista, per la stragrande maggioranza dei commentatori è il concentrato del peggio. Eppure, per certi versi Donald Trump interpreta meglio di chiunque altro il sogno americano. Nato nel Queens, il più popolato dei boroughdi New York, da padre di origine tedesca e madre scozzese, ha saputo costruire unimpero economico, che la rivista Forbes stima in 4 miliardi di dollari e che spazia dall’immobiliare, fino ai casinò di Atlantic City, agli alberghi di Las Vegas e ad alcuni format televisivi di successo, a cominciare dal reality show The Apprentice. Scandagliando la biografia di Trump si scopre anche che ha fatto buoni studi: primo della classe alla Nyma (New York Military Accademy) uno dei più rigorosiliceimilitari americani e ha frequentato alla Wharton School dell’Università della Pennsylvania, un ateneo fortemente orientato agli studi economici e ritenuto fra imigliori almondoin questo ambito. Quella di Trump è stata la vittoria della «rivoluzione silenziosa», dell’America profonda, ma anche di una ritrovata consapevolezza della necessità di non dover lasciare il proprio destino nelle mani di élite. All’arrivo con l’Air Force One ad un vertice internazionale, sceso dalla scaletta dell’aereo, Trump manca la vettura presidenziale e va avanti. «Gaffe» titolano alcuni media, come se non accorgersi dell’auto, per una semplice distrazione, fosse una gaffe. E viene classificata tale l’espressione rivolta alla premiere dame Brigitte Macron: «Come stai bene!». Frase convenzionale che milioni di persone pronunciano ogni giorno. Poco prima di decollare con l’elicottero «Marine One» il vento spazza dalla testa di un marine impettito il cappello. Trump lo raccoglie e glielo rimette in testa. La scenetta viene vista quasi esclusivamente solo in rete. Se fosse successo a Obama avrebbe fatto il giro del mondo, come tutti i suoi gesti, parte di una beatificazione permanente. L’impressione è che l’accanimento quotidiano contro Trump, la sottolineatura di comportamenti, magari ascrivibili a scarsa eleganzama comuni a tanti,faccia perdere di vista un’analisi seria sulla sua presidenza. Xi Jinping è probabilmente l’uomo più potente del pianeta. In lui si concentrala triade del potere cinese: presidente della Repubblica Popolare della Cina, segretario del Partito Comunista Cinese, e soprattutto capo della Commissione Militare, vero scettro del poterein questo grande paese. Soloilleader russo Vladimir Putin,forse, puòinsidiare questo primato. Se il potere di Xi Jinping è formalmente pari a quello di Mao Zedong di fatto è molto più vasto. Perché la Cina comunista del lungo dopoguerra era un paese debole, incerto, soprattutto attanagliato in una miseria permanente; la monarchia di Xi, invece, si espande su una nazione economicamente ricca (la seconda economia del pianeta, dopo gli Usa, con 12,2 miliardi di Pil l’anno), militarmente competitiva, in forte espansione anche se permangono grandi diseguaglianze. La vita di Xi Jinping attraversa in pieno le durezze del comunismo cinese. La caduta del padre è una tragedia per tutta la famiglia, che per mesi non conosce il destino del suo congiunto, ritenendolo morto. Jinping stesso, all’età di 15 anni, viene per quattro volte arrestato, senza motivo e senza alcuna accusa specifica se non quella generica di essere figlio di un traditore. Nel 1969, viene mandato in un campo di rieducazione a Yanan, dove deve zappare per alcune ore al giorno ed è destinato alla cura dei maiali. Al lavoro alterna le cosiddette «sedute di rieducazione», almeno due al giorno, durante le quali deve ascoltare lunghi sermoni nei quali si magnifica il partito e il leader Mao. Per ben tre volte, nel corso di assemblee cui partecipano migliaia di persone, è costretto a fare «autocritica» ma soprattutto a denunciare pubblicamente gli errori di suo padre. In questo periodo, durante la detenzione, muore una sorella, probabilmente per malnutrizione. Al giovane Xi Jinping per dieci volte viene rifiutata l’iscrizione al partito e per tre volte la richiesta di iscrizione all’università viene stracciata. Non essere aderente al partito nella Cina dell’epoca significa non solo non poter far carriera quanto essere una non-persona, una sorta di apolide senza diritti e dignità. Oggi è un nuovo imperatore, la tv di Stato all’indomani dell’approvazione della riforma costituzionale ha annunciato che «1,4 miliardi di cinesi avanzano uniti sulla stessa strada», consacrazione del potere del «nuovo Mao». Putin è riuscito a riplasmare un’identità in cui molti possono ritrovarsi: essa tiene insieme lo stemma e il nastrino zarista, l’inno sovietico con la vecchia musica e nuove parole, la bandiera che fu quella di un breve periodo democratico. Pezzi di storia, una volta antitetici, messi insieme. Un’operazione alla quale i politologi russi hanno dato il nome di «rinascimento nazionale e tradizionale». Nell’Ospedale Rostov-sul-Don è stata autorizzata, nel 2012, una lapide in ricordo del generale Mikhail Drozdovsky, uno dei più famosi comandanti dei «bianchi», le truppe fedeli allo zar che si contrapposero all’Armata Rossa. Con lui l’ammiraglio Kolchak, il generale Denikin e Denisov, nomi per decenni impronunciabili se non per additarli come traditori. Vladimir Putin ha auspicato una diversa lettura della Prima guerra mondiale e della guerra civile fra «bianchi» e «rossi», non divisa più tra buoni e cattivi, chiarendo: «la Grande Guerra», ha ripetuto, «è stata cancellata per motivi ideologici e politici». La vittoria di Trump, la Brexit e la vittoria del «No» al referendum sulla riforma costituzionale, compongono una sorta di triade hegeliana di riappropriazione della sovranità. Tre colpi durissimi alle ambizioni globaliste della finanza internazionale, alla cultura cosmopolita. Quando Trump ha tuonato nei suoi comizi contro il «politicamente corretto», si è fatto interprete di quello che milioni di persone pensano e spesso non hanno il coraggio di dire: qualcuno vuole chiudere la nostra libertà in parole prescritte, alcune ammesse e altre vietate. Nietzsche parlerebbe di «nichilismo attivo» un manto pervasivo di ipocrisie collettive e retoriche permanenti. E anche Putin ha esplicitamente attaccato il politicamente corretto. Putin, Trump e Xi Jinping sono personaggi diversi, emersi in contesti geografici e politici differenti, tuttavia li accomuna il tratto del nuovo tempo, l’essere una risposta alla debolezza della politica, derivante dalla perdita del suo radicamento popolare e dall’emergere di poteri opachi. In Memorie del sottosuolo scrive Dostoevskij: «E da dove mai l’hanno cavato tutti questi sapienti che l’uomo abbia bisogno di chissà quale modo normale e virtuoso di volere? In base a che cosa si sono andati a immaginare che all’uomo occorra un modo sensato e vantaggioso di volere? Quello che occorre all’uomo è solamente un suo volere indipendente, qualunque cosa gli dovesse poi costare tale sua indipendenza e a qualunque esito dovesse portarlo».