Vita, avventure e disillusioni di un figlio dell'Internazionale

Il destino di un comunista "per nascita". Dall'infanzia infelice e sacrificata  sull'altare della Rivoluzione alla vecchiaia vissuta lontano dalla politica  

«Nacqui a Gorla, presso Turro Milanese, oggi comune di Milano, il 16 novembre del 1923. Sono nato a Milano, anche se figlio di una stiratrice torinese e di un ex-studente piemontese, per il fatto che al momento della nascita mio padre si trovava in carcere, a San Vittore. Il che mi valse di ricevere il medesimo nome suo, Luigi, e di venir definito “Luigi libero”, per distinguermi da quello che era in galera. I miei genitori si trovavano a essere due ventitreenni “rivoluzionari di professione” alle prime armi, membri cioè dell'apparato clandestino del Partito comunista italiano». Così esordisce, nelle sue memorie autobiografiche che abbiamo presentato in questa serie di articoli, Gino Longo, figlio del leader comunista Luigi, e di Teresa Noce. Luigi Longo, il padre, fu segretario del Pci dopo Togliatti, cioè dal 1964 al '72 e, in seguito, fino alla morte, avvenuta nel 1980, presidente del partitone rosso. Teresa Noce, donna energica e tenace, fu nondimeno una protagonista di primo piano della lotta clandestina, durante il fascismo, e poi della rinascita del primo dopoguerra.

«Luigi libero» nacque dunque da una famiglia del tutto particolare. Della sua vita alquanto avventurosa, che ha richiesto, per essere narrata, ben 17 volumi per complessive 4mila pagine, racconta alcuni episodi di quando era bebè; ricordi che gli sono stati tramandati dalla madre. Eccone uno, risalente all'allattamento: «Per staccarmi dal capezzolo l'unico sistema valido era quello di stringermi forte il naso: mollavo la presa, paonazzo, soltanto quando cominciavo a soffocare».

Così egli stesso si autorappresenta: «Ero un bambino testardo e prepotente, gran urlatore». Un giorno, Rita Montagnana, prima moglie di Palmiro Togliatti, si trovava a passare da via Padova, a Milano, dove Teresa Noce, mentre il marito era detenuto, aveva preso in affitto due stanzette. Udì il piccolo Gino strillare, in assenza della madre, con tanta disperazione, che, spaventata, s'arrampicò su per il balcone ed entrò nell'appartamento dalla finestra: «Ero solo, mi annoiavo nella mia cesta e volevo compagnia», racconta. Con due genitori così, la vita di Gino era, come dire, predestinata. Mamma e papà lottavano per la rivoluzione, e non avevano tempo di accudire il bambino: perciò delegarono al partito la sua educazione. Ecco perché si definisce un «figlio dell'Internazionale» comunista.

Con tali premesse, Gino imparò molto presto a badare a sé stesso. Nel 1929, va in Francia, per raggiungere i genitori fuorusciti. Nel novembre del '32, arriva a Mosca. Nell'Urss che, abbandonata la via leniniana sta entrando nella fase più efferata dello stalinismo, quella dei piani quinquennali, viene allevato nei due grandi convitti del Soccorso Rosso internazionale, a Ivánovo e Mònino. Nell'estate del 1938, torna in Francia, dove, dopo l'arresto dei genitori, condivide un appartamento con Franco Montagnana, nipote di Togliatti, adattandosi ai lavori più umili, come il manovale e l'addetto alle pulizie della tomba di Napoleone, agli Invalides.

A Parigi, Gino Longo diviene uomo già a quindici anni. È ribelle, anzitutto ai genitori. Racimola un suo piccolo capitale, facendo la cresta sulla spesa, e sfidando così il piglio grifagno della madre da cui ha appreso l'arte di risparmiare. Va precisato che, nella capitale francese, non era il ragazzo a essere mantenuto dal partito, ma esattamente in contrario. E cioè: il ricavato dei lavori manuali cui erano destinati i giovani figli dei compagni serviva a rimpinguare le finanze del Pci.

Nel febbraio del 1941, il giovane Longo giunge di nuovo nell'Urss, dopo essere stato espulso dalla Francia in quanto «pericoloso comunista». Nel novembre di quello stesso anno, insofferente alla disciplina del convitto di Ivánovo, si dà alla fuga e inizia un rocambolesco viaggio che lo porterà fino al Caucaso. Tornato a Mosca, e “graziato” da Togliatti per la sua insubordinazione, frequenta i corsi dell'ultima scuola-quadri del Comintern; in seguito, lavora per la Direzione politica centrale dell'Armata Rossa, distaccato alla redazione del giornale Alba, diretto dallo stesso Togliatti e destinato alla rieducazione ideologica dei prigionieri di guerra italiani dell'Armir. Rientrato in Italia, nell'agosto del 1945, è chiamato al ruolo di segretario di redazione all'Unità. Nel '46, passa, a Roma, alla sede di corrispondenza della Tass.

Nel 1952, torna per l'ultimo lungo soggiorno nell'Unione Sovietica, che si protrarrà fino al '60. A Mosca, svolge servizio come traduttore al Cremlino e, insieme, su incarico del Pci, diviene segretario-interprete del corrispondente dell'Unità, Giuseppe Boffa.Dal 1988, Gino Longo vive ritirato presso Como. Traspare in lui una certa complessità psicologica. Finché è esistito, il Pci è stato un po' il suo tutore, che ne ha frenato alcune intemperanze. Perché, non dimentichiamolo, quella dei comunisti è stata innanzitutto una grande comunità pedagogica che aveva la pretesa di rieducare gli uomini e le donne. Di sé dice: «Sono un marxiano edonista, libertario e libertino», discepolo di Casanova. Marxiano, e non marxista, in quanto filologicamente fedele al pensiero di Karl Marx. Considera infatti che, nelle applicazioni storiche dei cosiddetti socialismi reali, il retaggio del barbuto ideologo e sociologo tedesco sia stato ampiamente tradito. Riprendendo un'antica massima del commediografo latino Terenzio, così si autodefinisce: «Nulla di ciò che è umano mi è estraneo. Sono curioso di tutto».

E lo testimonia la varietà dei suoi interessi e delle sue passioni. Sugli scaffali della sua biblioteca domestica, scorgo un'opera di Corneille, accanto a una di Moana Pozzi. Già, perché il porno è una delle sue malattie, di cui rivendica la dignità culturale.

(9.Fine)