Viva la Malinconia e muoia la tristezza

Per la medicina era una malattia, per la religione un peccato. Ma i grandi artisti ne hanno saputo trarre opere immortali

La malinconia è un albero ombroso che ti succhia linfa ma a volte dà frutti deliziosi: opere, poesie e a volte perfino trattati sulla malinconia medesima. Ho davanti a me due libri, uno poderoso e ponderoso, uscito pochi mesi fa in Italia e l'altro smilzo e acuto uscito invece tanti anni fa. Il primo è L'inchiostro della malinconia (Einaudi, pagg. 564, euro 36) di Jean Starobinski, medico, saggista e letterato. È un compendio filosofico-sanitario, una storia e fenomenologia psico-letteraria della malinconia, delle sue origini soprannaturali o patologiche e poi degli effetti sentimentali e caratteriali. Una volta era localizzata nella bile nera o nella milza, e la religione la considerava peccato di accidia: l' acedia è un torpore, un'assenza d'iniziativa, una disperazione totale, senza scampo, acuita dalla solitudine, che produce mutismo, anzi «afonia spirituale»; quella che Marsilio Ficino indicava come perdita eccessiva dello spirito sottile. La voce dell'anima non parla più. Il rimedio classico era viaggiare. L'espressione spirituale della malinconia è la letteratura della nostalgia, la passione del ricordo. Kant ritiene che il nostalgico non desidera in realtà i luoghi della giovinezza, ma lo stato della giovinezza, la propria infanzia legata a un mondo anteriore. Per Starobinski la nostalgia è una malattia morale.

La malinconia a volte si combina col sarcasmo e si mimetizza nel grottesco. Proverbiale è il riso di Democrito. Nell'ironia c'è lo sfogo, la terapia e forse la salvezza, lo notava già Søren Kierkegaard nel Concetto dell'angoscia . E poi la descrive nel Diario dicendo che è un Giano bifronte, con un volto rido e con l'altro piango, unendo il comico e il tragico. Il malinconico è ritenuto per un verso posseduto dal demonio, ma per un altro è baciato dagli angeli o sorretto da Saturno che dispensa i doni della malinconia. Ma per cogliere quei doni sono necessari due ingredienti, il talento, se non il genio, e l'amor di gloria, se non il narcisismo. Il sacrificio della vita in nome dell'opera è il culmine del narcisismo, nota Starobinski, ma nasce dalla melanconica considerazione che la consolazione per la propria fine è la consacrazione esclusiva alla scrittura (o all'arte). Si disse che il genio è malinconico, ma non tutti i melanconici sono geniali. A volte ci sono anche i cretini depressi. Quando la malinconia è diffusa si chiama depressione di massa, ed è quella che intride il nostro tempo. Il depresso non è necessariamente uno spirito sensibile, ma la malinconia si accompagna sovente a un'acuta sensibilità. Il depresso di solito è prigioniero del presente; il malinconico, invece, si strugge per il passato e il futuro. Non lo tormenta il presente o la presenza ma l'assente o l'assenza.

C'è pure la voluttà della malinconia, e perfino la civetteria di dirsi malinconici, figurandosi come l'artista geniale o il bambino triste che vuole attenzioni. La malinconia può essere innata o sopraggiunta, suscitata dagli eventi; c'è persino quella ereditaria, e talvolta quella etnica, attribuita come indole ad alcuni popoli (la saudade portoghese, la tetraggine russa, la murria spagnola, il cafard francese che è poi lo scarafaggio, lo spleen inglese che è poi la milza). A ragione Starobinski ritiene che la costituzione congenita pesi più dell'influenza esterna. Il malinconico vive il tormento di non passare dalla conoscenza all'atto e di non aderire alla realtà esterna; qualcosa lo allontana o lo rende inadeguato.

La malinconia è una vedovanza ma può essere anche un vuotarsi per ricevere la visita divina. E qui ritrovo l'altro libro che citavo senza citare. È Ritratto della malinconia di Romano Guardini, filosofo, presbitero e teologo veronese vissuto in Germania (Morcelliana, pagg. 80, euro 8). Un testo breve ma acuto e intenso. Per Guardini la malinconia è troppo dolorosa e tocca troppo le radici del nostro essere per abbandonarla nelle mani degli psichiatri. Appartiene a un ordine di natura spirituale. La sua nostalgia divorante si unisce a un bruciante ardore spirituale. La malinconia per lui consiste in un'oppressione dello spirito, un peso che grava su di noi e ci schiaccia mentre i nostri sensi e impulsi si paralizzano. L'uomo malinconico non padroneggia più la vita. Avverte un vuoto metafisico. La vita per Guardini è dominata da due impulsi opposti. Una volontà di esistere, affermarsi ed elevarsi e una volontà di sparire, di sottrarsi. Il baratro ci attrae mentre ci fa paura. Un'indole malinconica, a suo parere, è molto sensibile ai valori più alti, ma patisce la tendenza all'autodistruzione. È la grande tristezza di cui parla Dante, la nostalgia di evadere dalla dissipazione, raccogliersi nel tutto, e «ricoverarsi nel mistero delle cause ultime, la nostalgia dei grandi malinconici verso la notte e le Madri». Malinconia è connettersi al fondo oscuro dell'essere. Guardini acutamente distingue tenebre da oscurità: la tenebra è cattiva, nemica della luce, l'oscurità invece appartiene alla luce, è la sua ombra. Verso l'oscurità tende nostalgicamente la malinconia. Il malinconico è in rapporto profondo con la pienezza dionisiaca dell'esistenza. Ma il cuore della malinconia è Eros, il desiderio d'amore e di bellezza. Da qui Guardini coglie lo spunto per l'ascesa mistica verso Dio, amore e bellezza assoluta. La malinconia gli appare il prezzo della nascita dell'eterno nell'uomo, nel paragone con la vanità del tutto. L'uomo, scrive Guardini, è un confine e sperimenta il mistero di una vita di confine, non è decisamente di là o di qua, vive nella terra mediana dell'inquietudine, dove riconosciamo anche la nostra inquietudine.

Chiudo i due libri e gli occhi e rivedo davanti a me la Melencolia ritratta da Dürer e il cielo apocalittico di Melancholia , il film di Lars von Trier dove il disastro torna al suo significato originale, astrale: Melancholia è un pianeta che distruggerà la terra e s'accompagna alla malinconia degli ultimi abitanti nei loro ultimi istanti sulla terra prima della collisione. Byung-Chul Han dedica sagaci pagine al film e alla gioia estrema sull'orlo della catastrofe ( Eros in agonia , edizioni Nottetempo, pagg. 96, euro 7). Il narcisismo aveva cancellato il mondo per vedere solo l'immagine di sé. Dopo una vita senza mondo verrà il mondo senza vita. La malinconia è la collisione dolorosa di passato e futuro, nostalgia per ciò che si perde e angoscia per ciò che finirà. Chi aderisce al presente non è malinconico; la malinconia è sempre un disagio, un presagio e un lutto. Il malinconico non sa vivere solo di presente e di realtà, ha la tentazione della vita ulteriore e dello sguardo oltre il visibile. La malinconia è occhi pensanti.

Commenti

Bianchetti Andreino

Lun, 08/09/2014 - 22:35

Il melanconico di confine, però, conosce quanto meno due lingue, pur essendo in mezzo a due reticolati, può parlare attraverso questi, sia in avanti che dietro. La solitudine del perenne confinante diventa fredda trincea, per chi non sa difendersi dall'assalto ultimo del proprio silenzio di frontiera: non si può più proseguire, né tornare perché tutto sta per divenire "CAOS" e "DISORDINE". Ognuno si costruisce il proprio cannocchiale, non importa vedere bene, chiaro, limpido: basta solo vedere quantitativamente ciò che la nostra immaginazione produce, attraverso le sbarre della mente, divenuta prigioniera, carcerata della sua stessa malinconia. Ma se è proprio un sentimento a dettare legge al pensiero, al cervello, allora è meglio dimenticare tutto: nostalgia del passato, speranza del futuro. Ecco il vuoto di memoria, il salto nel buio, il blocco mentale. Il presente si snoda in questo corridoio di confine, tra due fili spinati invalicabili, portandosi appresso la dimenticanza come terapia ufficiale e necessaria alla propria cura. Se non ci fosse la dimenticanza, nessuno saprebbe resistere al dolore nostalgico dei ricordi, anche se tra di essi ne esistesse qualcuno di bello.

Ritratto di rosario.francalanza

rosario.francalanza

Lun, 08/09/2014 - 23:31

"Il depresso di solito è prigioniero del presente; il malinconico, invece, si strugge per il passato e il futuro. Non lo tormenta il presente o la presenza ma l'assente o l'assenza". Dr. Veneziani, mi è venuta una suggestione, più o meno condivisibile, sulla base di questa citazione del Suo intervento. Non è che, oggi, un uomo 'di destra' ha come riferimento il passato e il futuro, mentre uno 'di sinistra' è irrimediabilmente legato al presente? Il primo cerca, con fatica, valori nel passato che lo confortino per il futuro, mentre il secondo cerca solo il presente, anzi non cerca proprio niente, perchè tanto il mix tra pensiero (?) radical-chic e le ideologie neo-post comuniste si incarica di fornirgli valori sufficienti. L'uomo di sinistra è un uomo 'del proprio tempo' (e, sinceramente, non sappiamo che farcene); l'uomo di destra è assolutamente 'inattuale' (e, sinceramente, desideriamo che ve ne siano!)