La cura della democrazia

Lo sconcerto per la vittoria di Hamas ha acceso un dibattito che mette in discussione l'utilità di portare la democrazia in nazioni non pronte a gestirla. Prendo qui una posizione assolutamente a favore della «democratizzazione comunque, dovunque e subito» non sulla base di emozioni, ma di un'analisi razionale. Stimati intellettuali ed influenti élite economiche, in tutta l'area occidentale, stanno criticando la strategia democratizzante sul piano del realismo, ma secondo me sbagliano il tipo di realismo stesso.
Ricapitoliamo i fatti. Il voto ha portato al potere, nello Stato palestinese in formazione, Hamas che contiene e sostiene gruppi terroristici. L'imposizione americana a Mubarak di permettere in Egitto elezioni sul serio e non per finta ha portato in quel Parlamento i «Fratelli musulmani» legittimando così questo gruppo jihadista. Lo stesso metodo di «democrazia subito prima di prepararla», in Irak, ha istituzionalizzato la dominanza sciita contro quella sunnita e curda. In Afghanistan la democratizzazione ha rivestito di forma diversa la sostanza di una società frammentata tra signori della guerra e della droga. I realisti pragmatici valutano tali democratizzazioni come frettolose e disastrose perché porteranno: ad uno Stato palestinese «di guerra»; alla destabilizzazione dell'Egitto, alla frammentazione dell'Irak, all'ingovernabilità perenne dell'Afghanistan, ecc. Aggiungo quanto sentito in una recente riunione di una grande impresa globale, dove mi sono infuriato: la Cina costruisce un aeroporto al giorno grazie all'assenza di democrazia che permette al governo di realizzare quello che vuole, l'India, che è una democrazia fortemente regionalizzata, è molto più lenta. Morale: i democratizzanti, per i realisti pragmatici, sono dei fessi perché propugnano democrazie premature che creano disordine ed ostacolano sviluppo e business. Controargomentazione: la democrazia favorisce la moderazione degli estremisti e la stabilizzazione dello sviluppo dandogli una forma socialmente bilanciata.
Per esempio, voglio vedere se Hamas con il compito ora di dare luce, acqua, energia e lavoro ai palestinesi non negozierà con Israele, non chiederà aiuto alla comunità internazionale. La democrazia ha portato al governo una maggioranza estremista che comunque c'era, ma adesso questa deve governare e dovrà per forza cedere elementi di radicalismo per avere in cambio pane. Così come i Fratelli musulmani in Egitto non potranno limitarsi a cavalcare il malcontento offrendo visioni liriche, ma dovranno misurarsi con la concretezza ed esporsi alla valutazione. La democrazia in Afghanistan ed Irak, in realtà, sta creando un luogo di composizione e bilanciamento degli interessi. In generale, le istituzioni democratiche non cambiano la mente delle persone, ma hanno la capacità di incanalarne i comportamenti entro argini di praticità. E questo è tutto il punto della questione. Infatti l'unica critica seria alla democratizzazione è quella che teme la maggioranza di partiti che poi annullano la democrazia stessa. Ma la risposta è che tale rischio può essere minimizzato solo dalla forza condizionante della comunità internazionale. Non è questione di teoria, ma di politica. Che risente di quale realismo si ha in mente. Quello «pragmatico» evita i guai subito, ma li aumenta in prospettiva. Quello «etico» accetta rischi ora per evitare disastri nel futuro. Per esempio, senza democrazia che crea uno Stato delle garanzie perché il povero vota, la Cina a sviluppo stellare è destinata a saltare per squilibrio sociale, compromettendo gli investimenti dei realisti pragmatici che ritengono competitiva la mancanza del voto. Chi, alla fine, capisce meglio la realtà, il realista etico o pragmatico? Secondo me il primo. E la conseguenza è quella di prendere ora il rischio di democratizzare, gestirlo nel mentre, proprio per ordinare meglio il futuro. Non arrendiamoci alle sensazioni superficiali.
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