D’Alema si toglie i sassolini e li scaglia contro il governo

Da non crederci, a leggere Massimo D’Alema che annuncia dall’apertura di prima pagina del Corriere: «Rischiamo di essere travolti come la Prima Repubblica». Il numero 2 del governo, uno dei leader del costituendo Partito democratico, uno dei volti ormai eterni del sistema politico italiano, all'improvviso evoca gli incubi della crisi degli anni '90. Quali inquietudini e quali segnali ha avvertito? Da non crederci nemmeno, a leggere in una pagina interna il testo dell'intervista. In giorni in cui tanto si parla del libro-inchiesta di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella La Casta, in mesi in cui chi governa non riesce a mettersi d'accordo praticamente su nulla e preferisce sfuggire perfino al Parlamento, in un anno in cui chi ha vinto le elezioni ha visto precipitare subito il proprio consenso, il ministro degli Esteri accenna è vero ad «una crisi della credibilità della politica che tornerà a travolgere il Paese», pur evitando di parlare di «mani pulite», ma sembra che al momento la colpa sia di Clemente Mastella, «preoccupato per la legge elettorale», e di Walter Veltroni che non dovrebbe mettersi «nella mani frettolose di qualche king maker». L'uno, Mastella, responsabile di aver chiesto la verifica nel momento della massima confusione su pensioni, «tesoretto», Dico, legge elettorale e così via e l'altro, Veltroni, che dall'alto della sua posizione di sindaco di Roma si muove liberamente, incassa consensi e viene fatto salire sempre più in alto nell'immaginario futuro del Pd.

Se non ci fossero questi due «guastatori» la situazione sarebbe eccellente. Secondo D'Alema, grazie al governo c'è il più alto tasso di crescita e il più basso di disoccupazione, l'inflazione è ferma, per non parlare naturalmente del fatto che «in politica estera abbiamo ottenuto una catena di successi difficile da mettere insieme». Ci mancherebbe altro. Purtroppo ad offuscare tutto c'è questo continuo chiacchiericcio e ci sono «litigiosità autoreferenziali». D'Alema non parla di «dilettanti allo sbaraglio», ma probabilmente lo pensa. E, soprattutto, non sembra temere un rapido collasso del sistema, come quindici anni fa, visto che dice che il governo non è a rischio, «perché non c'è un'alternativa», e aggiunge con sicurezza che «abbiamo quattro anni di tempo davanti a noi».

E allora cos'è questo allarme, lanciato e subito ridimensionato e circoscritto? Attenzione, il vice presidente del Consiglio è l'opposto di Romano Prodi, ha l'abitudine di essere chiaro, non lancia messaggi oscuri. Probabilmente, anche in questo caso, voleva dire quello che ha detto. Voleva riconoscere quel che c'è: la profondità della crisi di sfiducia che ha investito l'esecutivo e tutte le istituzioni, la paralisi del sistema dei partiti, la frattura che l'Unione ha scavato fra opinione pubblica e istituzioni.

Questo è oggi il grande problema del Paese: una maggioranza politica che ha svilito la stessa parola «governo». Ma D'Alema non poteva ammettere che non sono chiacchiericcio e litigiosità, ma la natura stessa della maggioranza a limitare l'efficienza dell'esecutivo. Si è quindi limitato a lanciare un bel macigno nello stagno e a liberarsi di qualche sassolino. E poi ha ritirato la mano.
Renzo Foa