D’Alema, Violante, Caselli: il nuovo intrigo

Se sotto non ci fosse un intrigo, questa faccenda somiglierebbe a una di quelle vecchie barzellette con un inglese, un tedesco, un francese e un italiano, dove gli stranieri gareggiano a spararla più grossa mentre il quarto, scarpe grosse e cervello fino, infinocchia la compagnia. Stavolta la brigata è composta da un procuratore della Repubblica, un presidente della Camera, un premier e un famoso giornalista che discutono di mafia, bombe e Berlusconi. L’italiano si chiama Maurizio Costanzo, il re dei talk-show. Sedici anni fa subì un attentato al quale scampò per miracolo. L’autobomba che doveva uccidere lui e l’attuale moglie Maria De Filippi saltò in aria con qualche secondo di ritardo. Agguato di mafia.
Tra gli attentatori c’era quel sant’uomo di Gaspare Spatuzza, il pentito che ora accusa Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri di essere i mandanti dell’epoca stragista (Roma, Firenze, Milano). Ieri, in un’intervista al Riformista, il conduttore Mediaset ha lanciato una bomba sulla sua bomba. Premette: «Io non ci crederei nemmeno se mi portassero davanti il pentito». Poi affonda. Confessa che «questa storia», cioè le accuse di mafia a Berlusconi, la conosce da tempo. «Dopo il processo di Firenze sulle stragi fui avvicinato nello stesso periodo ma in diversi momenti da tre persone: D’Alema, Caselli e Violante. Tutti e tre - racconta - mi dissero più o meno la stessa cosa: “Guarda che il mandante del tuo attentato è Berlusconi”. Non ci ho mai creduto. Assolutamente».
Il processo di Firenze ha ricondotto la responsabilità delle bombe a Riina e Bagarella. Costanzo stesso è convinto che Cosa nostra voleva eliminarlo per il suo impegno antimafia, legato soprattutto a una trasmissione in tandem con Michele Santoro. Ma qualcuno vuol convincerlo che dietro la mafia c’è Berlusconi. E non sono l’inglese, il tedesco e il francese alla Gino Bramieri. Sono un presidente del Consiglio, un procuratore e un presidente della Camera, tutti di sinistra. Dicono a Costanzo che la mafia non è la mente degli attentati ma solo il braccio: la tesi di Spatuzza ante litteram. Una «scossa» nel campo berlusconiano, che D’Alema è specialista a preannunciare.
Esce l’intervista di Fabrizio d’Esposito sul Riformista e i tre s’infuriano. Ufficiosamente minacciano querele: se non smentissero, ammetterebbero che da pubblici ufficiali hanno parlato di cose che dovevano o tacere o ignorare. Così trasmettono alle agenzie le loro versioni. Tocca a Costanzo aprire la serie: «Vorrei chiarire che, qualche tempo dopo l’attentato, uscì su qualche giornale che c’era un pentito secondo il quale il mandante era stato Berlusconi. Qualche tempo dopo commentammo la notizia, che girava ed era arrivata a tanti, anche con D’Alema, Violante e Caselli». Dunque, Costanzo si corregge: seppe di Berlusconi non dai tre ma dai giornali, e con i tre ne parlò successivamente. Ma Caselli nega tutto: «Ribadisco nel modo più categorico di non avere mai avuto con nessuno, ovviamente neppure con Maurizio Costanzo, colloqui per un qualunque verso o titolo ricollegabili anche solo indirettamente a quanto pubblicato dal Riformista». Idem per Luciano Violante, ex magistrato ed ex inquilino di Montecitorio ora inedito pontiere sulle riforme della giustizia: «Ribadisco che in nessun caso ho parlato con il noto presentatore o con altri di mandanti o ispiratori dell’attentato mafioso ai suoi danni». D’Alema invece tace.
A quel punto Costanzo è costretto a ravvedersi ancora. È una dichiarazione tra l’imbarazzato e il ridicolo: «Rimangono alcuni fatti certi: ho avuto l’attentato, un pentito ne parlò citando Berlusconi e certamente ne parlai con alcuni interlocutori che a loro volta me ne parlarono. Prendo atto che quegli interlocutori non erano quelli che ho citato. Saranno stati altri, ma ora non mi va di cercarli». Nella saga delle rettifiche manca l’unica che conterebbe davvero: quella al Riformista. Nessuno se la prende con il quotidiano di Antonio Polito. Che ovviamente conferma tutto, anche perché la segreteria di Costanzo aveva letto e approvato il testo dell’intervista. Il racconto dei colloqui con D’Alema, Violante e Caselli non era una «voce dal sen fuggita». A conferma che il trappolone in coppola per Berlusconi era in gestazione da anni.