D'Alema ha ragioneDa noi l’antipoliticaodia la democrazia

Attenti, non bisogna buttare via il bambino (il voto popolare) con l’acqua sporca (privilegi e inefficienze)

Non è un caso se, tra i mille convegni dedicati quest’anno a ogni minimo aspetto dell’Unità d’Italia, l’unico che si sia occupato del ruolo dei partiti è stato organizzato da Massimo D’Alema, il politico che più di tutti in questi anni ha difeso il primato della politica contro i ripetuti attacchi della «società civile». E non è neppure un caso se, delle tante cose dette in quel convegno, l’unica che sia finita sui giornali (a parte l’Unità) è una provocazione intellettuale vistosamente controcorrente: la società civile, si sa, è vendicativa. «Bisognerebbe liberare il lessico dalle parole antidemocratiche - ha detto l'altro giorno il presidente del Copasir -. Ne dico una di parola antidemocratica, capisco che è un po’ forte, ma è la verità. La parola “casta” non è stata inventata da due brillanti colleghi (l’allusione è a Stella e Rizzo: è un vezzo di D’Alema, noto per un’istintiva antipatia per i giornalisti nonché regolarmente iscritto all’Ordine, chiamare affettuosamente «colleghi» le altrimenti note «iene dattilografe»). “Casta dei politici” - ha proseguito l’ex presidente del Consiglio - compare nel dibattito pubblico italiano per la prima volta in un documento delle Brigate Rosse e ha mantenuto quella impronta; ogni qualvolta la si usa, bisognerebbe pagare una royalty agli ideatori, e lo si fa culturalmente». Per concludere: «Nei paesi evoluti non si protesta contro la casta, ma contro Wall Street».
Il riferimento storico-linguistico è impeccabile, e proviene dal Memoriale della Repubblica, il secondo, fondamentale saggio che lo storico Miguel Gotor ha dedicato alla prigionia di Aldo Moro (qualche anno prima Pasolini aveva coniato la metafora del Palazzo, potente almeno quanto quella di casta). Ma è il senso politico dell’affermazione di D’Alema a suscitare scalpore, tantopiù in un momento in cui il vento dell’antipolitica soffia forte e in ogni direzione.
Se ci pensiamo bene, in Italia è rimasta soltanto l’antipolitica. Quella del governo, rigorosamente composto di tecnici non parlamentari; quella della maggioranza, che s’incontra di nascosto come i Carbonari al tempo di Cecco Beppe; e quella delle opposizioni, la leghista e l’indignata, che sull’antipolitica hanno addirittura costruito la loro ragione sociale. Che poi questa situazione sia il frutto non di un complotto dei «poteri forti» ma, più banalmente, dell’incapacità del centrodestra a governare e del centrosinistra a sostituirlo, è ben noto anche a D’Alema. Il quale non ha risparmiato critiche taglienti e in qualche misura definitive al sistema dei partiti: «Esaurita la loro funzione già dagli anni ’80, si sono buttati sull’occupazione dello Stato». Non è dunque sulla diagnosi che c’è discussione, ma sulla terapia: per D’Alema «i costi della politica vanno ridotti chirurgicamente, proprio per rilanciare i partiti e la loro funzione». In altre parole, non si può buttar via il bambino della democrazia rappresentativa con l’acqua sporca della corruzione, degli sprechi, dell’inefficienza, dei privilegi. Al contrario, sostiene D'Alema, la cultura dell’antipolitica corre ogni volta il rischio della deriva violenta, perché tende a scardinare quella cornice formale condivisa che risolve i conflitti per via pacifica e democratica, cioè appunto con le armi della politica.
D’Alema ha ragione da vendere, almeno fino a che non avremo scovato un modo migliore per governare noi stessi. Ma descrivere una deriva culturale potenzialmente pericolosa non significa ancora saperla fermare. Ai politici migliori spetta il compito di indicare una strada nuova: perché quella vecchia, quella percorsa fin qui, è ostruita di macerie.