Dall’aviaria alla mucca pazza La febbre per gli allarmismi ci è costata tre miliardi di euro

Ricordate l’aviaria, la «terribile pandemia» che avrebbe dovuto provocare «milioni di vittime»? In Italia gli ospedali traboccano di fialette con su scritto «vaccino anti-Sars». Migliaia e migliaia di confezioni giacciono negli scaffali da anni, ormai sono farmaci inutilizzabili: un monumento alla profilassi dell’allarmismo per la quale il ministero della Sanità ha speso decine di milioni di euro. Soldi buttati, perché la «terribile pandemia» (fortunatamente) non è mai esplosa. L’allora ministro della Salute, Girolamo Sirchia, fu vittima - come tutti - della psicosi collettiva, precipitandosi ad alzare una ciclopica barriera di medicinali blocca-virus che oggi si è trasformata in una specie di fortezza Bastiani all’interno della quale gli infettivologi attendono l’attacco di un morbo che non arriverà mai. Eppure il quel lontano 2005, l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) non aveva dubbi: «La polmonite atipica è un’emergenza mondiale». Un sos dai toni drammatici che ha arricchito enormemente i grandi network farmaceutici; le stesse holding che - guarda caso - finanziano ricerche, studi e sperimentazioni sotto l’egida Oms.
Anche per la febbre suina c’è ora il rischio che il business prevalga sulla ragione. I segnali, in questo senso, sono già molti, a cominciare da certi comportamenti emotivi apparentemente insignificanti ma che sono la chiara spia di una situazione che potrebbe precipitare. Un esempio? Ieri la Chiesa cattolica messicana ha disposto di «sospendere tutte le messe domenicali nelle chiese della capitale di fronte all’epidemia di influenza suina alla quale vengono attribuiti 81 decessi». In un comunicato il cardinale Norberto Rivera, arcivescovo di Città del Messico, ha sottolineato come per il bene delle persone «profondamente preoccupato e rattristato per le vittime, ho preso la grave decisione di chiedere a tutti i sacerdoti la sospensione della celebrazione eucaristica». Una scelta che non ha alcun senso sotto l’aspetto della prevenzione, ma che la dice lunga sul clima di paura che già si respira da quelle parti.
Ma è da almeno 15 anni che l’opinione pubblica mondiale viene puntualmente percorsa da fremiti di paura, rivelatisi meno deleteri del previsto. Madre di tutti gli spauracchi alimentari: la mucca pazza. Nel 1994 esplode la malattia neurologica tra i bovini inglesi; muoiono 158 animali, ma è come se ne fossero morti mille volte di più. All'origine dell'infezione farine animali contagiate: è psicosi in tutta Europa. Nel 1996 il Regno Unito ha ammesso che la carne infetta da Bse ha probabilmente causato la morte per CJD di 10 giovani. Anche in questo caso la stampa non ne esce benissimo: si deve registrare infatti la scorrettezza di molti media che attribuiscono a mucca pazza casi di morti chiaramente legati al morbo di Creutzfeldt-Jakob. In Italia nessuno compra più bistecche. Un danno incalcolabile per l’economia del settore. Ci vorranno anni per riprendersi.
Nel 2001 è la volta dell’afta epizootica: nei mangimi spuntano farine animali avvelenate importate dall'Asia: 6,5 milioni di ovini abbattuti in Gran Bretagna, Irlanda, Olanda e Francia. In Italia nessun focolaio, ma l’effetto passaparola è comunque devastante. Inutilmente devastante. Il nostro è un Paese dove i controlli sono ai massimi livelli di sicurezza. La prevenzione della malattia avviene mediante il controllo sulle importazioni di animali e prodotti di origine animale. L'ultimo caso confermato di afta in Italia risale al 1993.
L’ultima sindrome alimentare risale all’anno scorso: lo spauracchio arriva, ancora una volta, dalla Cina e si chiama latte alla melamina. Sequestrate in Italia intere partite di latte oltre a bevande a base di latte e uova di origine cinese. In Cina una decine di morti (soprattutto bambini). Nessuna vittima in Europa.
Ma la psicosi non si scatena mai sulla base dei numeri, bastano le suggestioni di certe scene. E sul fronte della febbre suina, purtroppo, le immagini televisive di milioni di messicani in strada con la mascherina, non promettono nulla di buono. Forse, anche per questo in Italia la Coldiretti mette le mani avanti: «Il vero rischio è che in questa occasione torni lo spettro della mucca pazza e dell’aviaria, il fantasma di aziende del comparto messe in ginocchio, di lavoratori in cassa integrazione, di banchi del supermercato vuoti, di politici e vip che su tutti i media si affannano a addentare cosce e petti di pollo: è l’effetto psicosi, quello più temuto perché più incontrollabile». Paure ingiustificate che nel passato, per situazioni analoghe, hanno provocato senza ragione un crollo nei consumi costato migliaia di posti di lavoro e miliardi di euro al sistema produttivo: perdite stimate di 2 miliardi per la mucca pazza nel 2001 e un miliardo per il pollame con l’aviaria nel 2005.