Daniela Melchiorre... La donna che cambia i partiti come gli abiti

La rinuncia al posto di sottosegretario, appena ottenuto, è l’ennesimo
dietrofront della Melchiorre. La Miss Parlamento volteggia ovunque, da
Dini a Prodi al Cav

La patologica inquietudine politica della deputatessa Daniela Melchiorre l’ha trasformata in una facezia ambulante.
Trascurando irresponsabilmente i suoi precedenti, la signora era stata nominata sottosegretario allo Sviluppo Economico il 6 maggio scorso. Apparteneva - ironia della sorte - al gruppo dei nove «responsabili» che il Cav ha voluto premiare con l’ingresso nel governo. Da allora, Daniela ha avuto solo il tempo - il 12 maggio - di compiere inutilmente (ai fini della stabilità psicologica) i 41 anni, prima di dimettersi dall’incarico di tre settimane prima. Melchiorre era stata promossa per essersi schierata in aprile con la maggioranza che sollevò il conflitto di interessi tra Procura di Milano e Tribunale dei ministri sul caso Ruby. In altre parole, aveva manifestato col voto gli stessi sospetti del Cav sulle doti di equilibrio di Boccassini & Co. Detto da lei, ex magistrato, sembrava una posizione meditata. L’altro ieri invece, con un nuovo ghiribizzo, si è dimessa per il motivo opposto: protestare contro la stranota biliosità del Berlusca verso i giudici.

Come fosse improvvisamente caduta dal pero, Daniela si è indignata perché il Cav è andato a piagnucolare da Obama sui pm brutti e cattivi. «Non è accettabile che si giunga a tanta volgarità - ha detto -... Non posso dimenticare di essere un magistrato e di avere indossato con orgoglio e con onore la mia toga». E giù una sviolinata agli ex colleghi - «orgoglio e onore che sono quelli della quasi totalità dei magistrati che, silenziosamente, svolgono il proprio dovere» -, prima di fare, con fiero cipiglio, il gran rifiuto: «Constato che, almeno per me, non vi è spazio per un contributo all’attività governativa». Ossia, io non mi sporco. Tié.

Essendo questa, minimo, la quinta giravolta melchiorrea in un pugno d’anni, il centrodestra si è sbattuto qua e là per le risate. Primo a riprendersi, il collega di governo, Guido Crosetto, che per esprimere il rimpianto suscitato nel Pdl dal forfait di Daniela, si è ispirato a Crozza: «Mancherà al Paese il suo enorme bagaglio culturale, il suo profilo morale, il suo eccelso senso delle istituzioni. L’Italia perde un pilastro!». Crosetto - per inciso - è uomo mite e gentile. Ergo, la Dani è il genere di smorfiosetta che può far perdere le staffe a un santo.

Essendo la signora così mobile, per parlarne bisogna trovare punti fermi. Il più saldo, è che trattasi di uno schianto. Chiome nere sciolte, labbra tumide, decolté da capogiro ne fanno una quarantenne da studios di Bollywood. È stata eletta miss Parlamento ed è la prescelta per un eventuale calendario per camionisti. Su un campione di 800 guidatori di Tir, il 27 per cento ha indicato in lei l’ideal tipo della «donna autorevole e autoritaria» da appendere in cabina. Fin qui, non ci piove. Sul resto si va tentoni. Dani è considerata dura e volitiva. Il suo clone e compagno di partito - i Liberaldemocratici -, Italo Tanoni, un adorante, dice di lei: «È bellissima, ma con le palle». Sulla rivelazione stiamo alla parola di Tanoni, osservando però che l’attributo non attenua i confusi zig-zag della titolare.

Daniela è romana, sposata, un figlio. Prima di affacciarsi alla vita pubblica, ha studiato danza classica per dodici anni, come Mara Carfagna (seconda classificata nel sondaggio dei camionisti). Tanto talentuosa da farsi notare - così ha raccontato - dal coreografo Maurice Béjart. Ha vinto, su seimila concorrenti, uno dei nove posti messi in palio dalla Scala, ma lo ha subito mollato. Astrale anticipazione - anche nei numeri: nove ballerine, nove responsabili - dell’attuale sdegnoso abbandono del governo.

Attaccate al chiodo le scarpette, seguendo il solco tracciato dal padre generale, è entrata nella magistratura militare come sostituto procuratore. È stata a Verona e a Torino. Ma per amore della politica, ha lasciato presto la toga. Se la sente però addosso perché, come dice Oscar Luigi Scalfaro - che, magistrato per una manciata d’anni, ci ha menato il torrone per una vita -, una volta indossata non la deponi più. Un po’ come gli alpini che si mettono il cappello anche in spiaggia. Senza contare che il reducismo della toga paga: se fai il garantista ti corteggia il Berlusca, se fai il giustizialista ti arruola Bersani. In un modo o nell’altro, entri in Parlamento e ti sistemi. È il modo migliore per pendolare in base alla convenienza, nello stile di Dani tra aprile e maggio.

A scoprire Melchiorre è stato Lamberto Dini. Con qualche avventura alle spalle, un paio di matrimoni e una fama di charmeur, ebbe una folgorazione da intenditore. La bella bruna era presidente della Margherita a Milano, dove vive. La sponsorizzazione diniana, le mise le ali ai piedi talentuosi, avviando la stagione delle piroette. Comincia a flirtare con la sinistra. «Mi trattavano come un vaso in una cristalleria», disse. Così, nel 2006, in quota Lamberto, entra nel governo Prodi e diventa sottosegretario alla Giustizia del ministro Mastella. È lei che pela la gatta della bambina ucraina «rapita» dalla famiglia ligure e pretesa dal Paese di origine. Fu allora che fummo abbagliati per la prima volta - nei talk show tv - dalle chiome corvine e le tumescenze danielesche. Litigò col suo Guardasigilli sull’amnistia e fu punita col ritiro temporaneo delle deleghe. Mise allora il broncio alla sinistra e si rivolse al Cav che le garantì il seggio per la legislatura successiva. Nell’aprile 2008, è eletta deputato Pdl. E ora attenti che comincia il galoppo. In luglio, lascia il Pdl per il gruppo Misto.

In novembre, passa all’opposizione. Nel 2009, si presenta alle europee con i suoi LibDem e la lista è la meno votata in assoluto. Nell’aprile 2010, lascia la sinistra per il centro. Si allea con l’Udc, poi anche con i fuorusciti finiani, intrigando con i Bocchino e i Briguglio nella santa alleanza contro il Mostro brianzolo. Il resto è noto. Quest’anno in aprile (mese delle paturnie), si riabbarbica al Cav in vista del sottosegretariato e lo ottiene. Finché, travolta dalla contropaturnia di maggio, lo rifiuta. Tra un mese, tirerà la monetina e deciderà che altro inventarsi.