«Dante come Craxi: entrambi sono vittime di Tangentopoli»

da Milano

Destra e sinistra si azzuffano su una lapide in quel di Hammamet. Lucio Barani, ultimo «signore» di Lunigiana, deve compatirle come epigoni di una noiosa battaglia di retroguardia. La toponomastica e, più in generale, l’arte hanno bisogno di ben altri shock e lui, che ha già dedicato una statua a Bettino nel 2002 e, già che c’era, un’altra al pirata Marco Pantani, si è spostato di settecento anni e ha inaugurato un monumento in onore di un certo Dante Alighieri. Sì, il cannocchiale storico-geografico del deputato del Nuovo Psi ha catturato nel firmamento delle stelle nazionali il sommo poeta e l’ha trasferito di peso nel pantheon delle glorie di Lunigiana, allestito con la cartavetrata del revisionismo di provincia.
Niente paura. La storia - e presto, si spera, anche i turisti - viene incontro agli audaci. Insomma, Dante è perfetto al fianco di Craxi: «L’Alighieri viene celebrato - spiega Barani - non per le sue straordinarie capacità letterarie, ma come uomo politico, esule e vittima della giustizia fiorentina del 1300». D’accordo, la storia è a tinte forti, come i colori che piacciono al padre padrone della Lunigiana, ma l’episodio l’abbiamo studiato tutti sui banchi di scuola: l’autore della Commedia pagò il suo impegno civico con la cacciata da Firenze, l’accusa di baratteria e concussione, infine con la condanna al rogo. Il fuoco non lo avvolse solo perchè il poeta si tenne a rispettosa e dolorosa distanza dalla sua terra. Girovagò da una corte all’altra e nel suo peregrinare arrivò anche in Lunigiana. Nel 1306 - il punto è certo - fu ospite dei conti Malaspina e nell’ottavo canto del Purgatorio tesse l’elogio, per lui insolito, di Corrado Malaspina e della sua casata, la cui fama/grida i segnori e grida la contrada/sì che ne sa chi non vi fu ancora.
Certo, la storia non è una fisarmonica, ma per Barani certe suggestioni sono ponti in cemento armato: dunque Villafranca in Lunigiana, di cui è sindaco dopo esserlo stato a lungo della vicina Aulla, dev’essere apparentata con Hammamet e Ben Alì deve ricordargli Corrado. Detto fatto, ecco il monumento al poeta, una statua di 3 metri in marmo bianco di Carrara opera dello scultore Luciano Massari che ha modellato il volto utilizzando le informazioni fornitegli da Francesco Malegni, l’antropologo che si è specializzato in autopsie alla storia, cominciando dai resti di un personaggio ben noto al sommo Dante: il conte Ugolino. Non solo, Barani, che vive in un posto piccolo ma pensa in grande, ha conferito a Dante anche la cittadinanza onoraria di Villafranca. Così come aveva fatto nell’ottobre ’99 con Craxi, agguantando il tempo per la coda una manciata di ore prima del ricovero e poche settimane prima della morte di Bettino, consegnandogli, nella cornice struggente di Hammamet, l’affetto della cittadinanza di Aulla e l’ultimo saluto. Un parallelismo perfetto, almeno nella geometria baraniana. Dante fuggiasco come Bettino e come Bettino, a sentire lui, «perseguitato ingiustamente dalla giustizia».
Per la verità la mitica guida rossa del Touring, volume sulla Toscana, descrive Villafranca come un posto in cui si circolava a proprio rischio e pericolo: «Villafranca conserva i resti del castello detto Malnido, il più antico presidio dei Malaspina, che nel nome ricorda come, da questo passaggio obbligato sulla Francigena, venissero riscossi tributi, compiuti ladrocinii e taglieggiamenti». Mancano, in questa amena descrizione, solo i Bravi e il Griso o, per rimanere nell’orbita craxiana, Ghino di Tacco. Dettagli, sepolti sotto i secoli.
La statua di Dante è sopra la cripta dei Malaspina, restaurata e aperta al pubblico per l’occasione. «All’interno - annuncia trionfante Barani - abbiamo trovato ossa vecchie di settecento anni, compatibili con quelle di Corrado». Non basta. «Presto realizzeremo il labirinto dantesco con le frasi del poeta sulla Lunigiana». Chissà che prima o poi i turisti che scivolano veloci fra queste montagne e puntano verso le spiagge della Versilia o delle Cinque Terre non decidano di fermarsi nella valle. Per calamitarli, il vulcanico deputato ha in mente un altro tocco: un bel casello autostradale a Villafranca, giusto a metà strada fra Pontremoli e Aulla. A quel punto la rivoluzione della toponomastica sarebbe completa.