La danza di Tony Manero non è più una via di fuga

L’eroe della periferia americana si riscatta grazie al suo talento di ballerino. I suoi eredi sprofondano nel nichilismo di droghe e alcol

Gli anni Sessanta sono stati gli anni dei juke-box e delle balere, dei piano bar e della musica confidenziale. Quando si usciva il sabato sera non si andava incontro a un mondo diverso, il mondo che si trovava era identico a quello di tutti i giorni: una candela, un'orchestra, un bacio, una camminata sulla spiaggia, canzoni romantiche. Spesso si andava a ballare con la famiglia, i vestiti erano gli smoking.
È quasi commovente guardare le vecchie foto dei nostri genitori col papillon nero e un bicchierino di vermuth in mano, sullo sfondo vecchie percussioni e qualche tromba, e sugli occhi occhiali di tartaruga neri. Si incontrava il commercialista, si parlava d'affari, si combinavano matrimoni, come nella vita quotidiana ma con appena qualche goccia di alcol in più nelle vene, e un venticello caldo e il brivido sereno di un futuro sicuro. Certo, c'erano anche forme di divertimento notturno più esagitate: verso la fine di quegli anni il rock conosce una delle sue stagioni più trasgressive e i decibel aumentano il volume e la forza ipnotica. Ma la carica eversiva resta legata ai concerti, alla musica, al beat. Non tocca ancora i locali.
È con gli anni Settanta che i decibel dei concerti rock, grazie anche al miglioramento della tecnica sonora, irrompono nelle sale da ballo e quello che era divertimento famigliare cambia volto e scopre il dionisiaco. Il corpo è quello di John Travolta, la musica è quella dei Bee-Gees, il locale è lo studio 54, la realtà è metropolitana e non più borghese, ma proletaria. Negli anni settanta le discoteche non sono la semplice continuazione di un mondo che si percepisce armonico, sono un contromondo dove si scarica la tensione accumulata per una settimana, con la violenza della musica, con l'alcol e con le droghe. Ogni frustrazione, ogni sogno non realizzato, ogni paura e angoscia per il futuro trova la sua composizione nel sabato sera, in un urlo violento che si alza dalle discoteche di tutto il piante. Un urlo che altrove diventa il punk, o la lotta politica o il terrorismo, e che inventa mode, libera creatività altrimenti soppresse; dà una chance a chiunque di essere re per una sera. La musica non regala brividi: la musica stona, sciocca, sconvolge. I genitori restano a casa.
Ma la notte diventa velocemente industria. L'offerta si diversifica, le possibilità diventano più precise, concrete. Restano i decibel, altissimi, e la tendenza interclassista e una prodigiosa creatività. Nei primi anni ottanta è nei locali notturni che si inventano i nuovi trend. La gente parte di notte e va nei locali più belli di Jesolo o Rimini, nasce un pendolarismo del divertimento. Spuntano le prime queen dalle pettinature scolpite, le meravigliose cubiste. Si raggiungevano discoteche lontane con una compagnia di almeno venti amici. Ci si caricava lungo i bar della strada, o a volte negli autogrill, perché costava meno, e si arrivava cotti al punto giusto. Il fenomeno più sconvolgente è stato Ibiza: il Ku era gigantesco e non conosceva l'alternarsi fra il giorno e la notte. Il contromondo con nonchalance disconosceva ogni regola del mondo. A Ibiza cambiavi fuso orario, era come andare in Nuova Zelanda, vivevi di notte e dormivi di giorno. Ti svegliavi e vedevi il sole basso sull'orizzonte e non sapevi se era l'alba o il tramonto. Sulla spiaggia, i ragazzini romani delle borgate vendevano un paio di Lacoste per rimanere un giorno in più nell'isola. I freak erano scomparsi e la città era solo un grande parco divertimento, dove per miracolo e per intelligenza commerciale, ti divertivi veramente. È a Ibiza che comincia la nuova fase della vita notturna, con le nuove droghe sintetiche. Già negli anni ottanta girava l'ecstasy, che aumentava le performance fisiche, non ti faceva mai sentire stanco, che a volte ti spaccava il cuore. E sono queste droghe, migliorate e rese più perfette e pericolose, che girano anche oggi. I ragazzi si trovano su internet, si chiamano dai punti più lontani, c'è un tam tam sotterraneo, una rete che si attiva e poi converge a migliaia e migliaia di persone. Sono i rave party. Capannoni in campagna, vecchie strutture militari dell'ex-Unione Sovietica, porti in disuso nel nord Europa. In questi luoghi di abbandono si vivono le nuove forme di divertimento notturno, dove anche l'architettura non ricorda più niente del mondo vero. Basta con le grandi luci delle discoteche, basta coi divanetti e con le cubiste. Pareti di cemento, sudore, corpi, fiato animale, musica assordante, pastiglie. Per giorni, giorni e giorni, fino a quando quello che è vero diventa solo un ricordo, una fantasia surreale che un tempo si è sognata.