Dario Antiseri: "È la linfa vitale di un mondo libero"

Il filosofo Dario Antiseri, da sempre sostenitore del modello liberale, difende l’etica del capitalismo: "Niente spazio al pessimismo. Le crisi eliminano le scorie, curano come la febbre..."

Era tanto tempo fa, un giorno d’autunno del 1987. Il botto, disse un amico, si è sentito fino a Alpha Centaury. Stava parlando del crollo di Wall Street. Cinquecento punti in un solo giorno. In fumo. Gli anni ’80 scivolavano in fretta, portandosi via i tuoi vent’anni, l’ottimismo e forse una fetta di futuro. Quel giorno il professore raccontò la favola delle api. Dario Antiseri cominciò a parlare di Bernard de Mandeville, il medico di Rotterdam dei vizi privati e delle pubbliche virtù. La sua storia è del 1729. «C’era un alveare ricco e sfarzoso, dove la vanità creava occupazione. L’invidia faceva fiorire arti e industria. Le stravaganze nel mangiare, la sontuosità nel vestiario e nel mobilio costituivano la parte migliore del commercio. Le leggi cambiavano come le mode». Poi un giorno ci fu una rivoluzione moralista. Niente lusso. Niente più vizi. Basta guerre. Tutti uguali, senza più ricchi e poveri. «I palazzi incantevoli, i cui muri, simili alle mura di Tebe, erano stati elevati con armonia musicale, divennero deserti». Fu la fine. L’alveare senza vizi sprofondò nella miseria. L’idea di costruire paradisi in terra porta all’inferno. Antiseri ci disse questo. Due anni dopo cadde il Muro di Berlino. Ma forse fu solo un caso.

È passato tanto tempo. Il professore ha appena scritto un saggio con Giulio Giorello sulla Libertà, un manifesto per credenti e non credenti (Bompiani). Laici e cattolici spesso fanno a botte.

Ricorda quella lezione, professore?
«Come fosse ieri. Anche perché da allora l’ho fatta un’altra ventina di volte».

Era il 1987. Ora di nuovo la finanza va a picco. Bisogna stringere la cinghia. E c’è chi predica contro il denaro...
«Stai per dire una bestemmia».

No, professore, si sbaglia.
«Non stai parlando del Papa? Se è così bisogna chiarire subito una cosa».

Quale?
«Benedetto XVI non ha fatto l’elogio del pauperismo. Ha detto di non far diventare i soldi un valore assoluto. Il denaro non è Dio. Il denaro passa, si perde, va via. E quando questo accade non ti resta nulla. I soldi sono nulla. Dio è un’altra cosa. È eterno. E resta. Mi sembra un discorso pieno di buon senso. Il cristiano non può riconoscere un altro assoluto. Ricordi la lettera di Plinio il giovane a Traiano?».

No.
«Plinio si rivolge all’imperatore per un consiglio. Come devo trattare i cristiani del Ponto e della Bitinia? E spiega quello che ha fatto finora: uccidere tutti quelli che non venerano la statua dell’imperatore. Traiano è come il denaro. Il cristiano può convivere con lui solo se non pretende di elevarsi a Dio. È un fatto importante. È l’uomo che si riconosce come individuo davanti all’assolutismo dello Stato. È una rivoluzione libertaria».

Ratzinger considera il capitalismo come Traiano?
«No, perché il capitalismo non è Traiano. E se lo diventa non è più tale. Il capitalismo non ha mai preteso di elevarsi a Dio. Non punta al paradiso in terra. È questa la sua forza. Non è un’utopia».

Ma il denaro resta lo sterco di Satana.
«Ma va! Il cristianesimo non ha mai detto che il denaro è il male. Il denaro è utile. Il buon samaritano soccorre l’uomo depredato dai briganti. Versa olio e vino sulle sue ferite. Lo porta a mangiare in una locanda. Il giorno dopo, estrae due denari e li dà all’albergatore, dicendo: abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. Come vedi anche Cristo sa che i soldi servono. Ma non sono tutto».

Molti sono convinti che la finanza allegra mostri la debolezza del libero mercato. Dove tutto si aggiusta. Dicono: è la fine di un mito.
«Sbagliano. E poi non è un mito. Il mercato si limita a indicare, e punire, gli errori del sistema. È un discorso vecchio. Il capitalismo non può fare a meno dell’etica. Attenzione, però, l’etica non ha nulla a che fare con il pauperismo. La moralità non è sinonimo di povertà. Sono due discorsi completamente diversi. Quando parlo di etica mi riferisco alla responsabilità, al rispetto delle leggi, dei contratti, al senso del dovere, alla libertà. Questi sono i valori di cui è intriso il capitalismo. È la sua carta d’identità. Non bisogna neppure esagerare con il pessimismo. Il rischio è sempre quello di guardare alle crisi con occhio apocalittico. Una sorta di fine del mondo, che divide i buoni dai cattivi e giudica vivi e morti. Le crisi possono essere più o meno gravi, ma sono come una scopa del sistema. Eliminano le scorie. Sono un segnale d’allarme, come la febbre. Indicano che qualcosa non va».

Ma la favola delle api?
«Cioè?»

L’unico modo per superare la crisi è continuare a spendere.
«A produrre. Non dobbiamo arrenderci. È chiaro che se uno produce si aspetta che qualcun altro spenda. Ma il significato etico è diverso. Produrre significa far fruttare i nostri talenti. Rimboccarsi le maniche, ingegnarsi a trovare soluzioni innovative, superare gli ostacoli con la creatività. È questo il fascino del capitalismo, la sua forza creatrice, demiurgica. È l’uomo che si batte per superare le difficoltà. Anche qui posso citarti una parabola, cristiana».

Quella dei talenti?
«Già. Il dovere cristiano di far fruttare i doni che Dio ti ha dato. Non è roba da poco».

Professore, lo sa che l’idea di un cattolico liberale ancora suona strana. Soprattutto di questi tempi, con la Chiesa che predica e i liberali che sbuffano.
«Tocqueville, Rosmini, Einaudi, Roepke. Bastano quattro nomi. Tutti cattolici. Negami che sono liberali».