"De Mauro fu venduto dal Pci alla mafia"

A 39 anni dalla sparizione del giornalista, svelati inquietanti
retroscena: vittima di lupara bianca e tradito dai suoi compagni. Prima di essere ucciso è stato portato da una persona di cui si fidava. Lo strano ruolo del direttore dell'epoca che lo trasferì proprio alla vigilia di uno scoop

I documenti del ministero dell’Interno che riportano il tentativo da parte del suo direttore di ostacolare le indagini; il «confino» al quale fu destinato quando i vertici del suo giornale lo spostarono inspiegabilmente dalla cronaca allo sport; i diari della figlia che denunciano l’indifferenza della direzione del quotidiano comunista L’Ora dopo la sua scomparsa; il ruolo oscuro, a margine del rapimento, di personaggi vicini al Pci e di avvocati di apparato. Tante ombre, sospetti, tradimenti.

Sull’omicidio di mafia di Mauro De Mauro, cronista de «L’Ora» di Palermo, «icona» della sinistra antimafia militante, vittima il 16 settembre 1970 di «lupara bianca», si addensano oggi nuovi e ingombranti sospetti. Proprio sul comportamento di colleghi, proprietari ed entourage di quel giornale «democratico e antifascista», come lo definiva il suo direttore, Vittorio Nisticò, si sviluppa il bel libro «Mauro De Mauro, la verità scomoda» (Aliberti editore) scritto con coraggio da Francesco Viviano, inviato di Repubblica.

Scavando nelle carte e nelle vecchie raccolte del giornale, Viviano si è imbattuto in una notizia destinata a fare rumore e riaprire le indagini: all’atto del sequestro, poco prima di essere ammazzato, De Mauro fu portato a casa di una persona che conosceva bene. E che molto probabilmente gli chiese conto di cose che solo il cronista conosceva. Chi interrogò De Mauro prima di ucciderlo? Chi fece da «talpa» per il sequestro?

Dopo aver esplorato i possibili moventi del rapimento(a cominciare dal golpe Borghese attraverso un documento inedito rinvenuto da Viviano nel quale De Mauro parlava appunto di «colpo di stato») Viviano si sofferma a lungo sul giornale de «l’Ora» e sulle accuse a «Mister X», il potente avvocato siciliano Vito Guarrasi, fondamentale amico dei comunisti siciliani ed ex consigliere d’amministrazione del quotidiano, che il giudice Rocco Chinnici aveva definito «la testa pensante della mafia in Sicilia». L'inviato di «Repubblica» spulcia ogni indizio, ogni testimonianza che possa dare concretezza a quelle che sono molto più che semplici teorie. «In quei giorni - scrive Viviano - pur sapendo che De Mauro stava lavorando a uno scoop sensazionale, il direttore lo aveva spostato allo sport». Sospetto sempre respinto da Nisticò, che in un articolo vergato tre anni dopo la scomparsa del suo cronista, prima spiega come quella scelta avesse alla base il semplice tentativo di rilanciare la cronaca sportiva, poi però getta ombre sullo stesso De Mauro, sottolineando i suoi rapporti con alcuni democristiani «personaggi-chiave di quel sistema clientelare impastato di mafia e politica (...)». Nello stesso articolo Nisticò si lamenta del fatto che mai nessuno gli ha chiesto nulla sulla personalità di De Mauro.

Da qui i dubbi di Viviano: perché mai il direttore e i colleghi del cronista ucciso si sono lamentati solo dopo anni? Perché, se avevano in mano qualcosa di utile, non si sono mai recati dagli inquirenti? L’autore del libro racconta anche di come il coinvolgimento di Guarrasi nell’«affaire» De Mauro, anche se non giudiziario, porti al deterioramento dei rapporti tra il direttore dell’«Ora» e la famiglia del cronista sparito nel nulla il 16 settembre 1970. Accade il giorno in cui Tullio De Mauro, il linguista fratello di Mauro, riceve una telefonata da un amico che lo mette in guardia proprio su Guarrasi. I De Mauro raccontano tutto ai due poliziotti che stavano seguendo il caso, Boris Giuliano e Bruno Contrada. Nisticò pare non prenderla bene: «Ancora oggi per me restano indefinibili i reali motivi che indussero i De Mauro ad affidarsi pienamente ed esclusivamente alla polizia». Inquietanti le pagine del diario della figlia di De Mauro pubblicati nel libro: «A partire dal terzo giorno del sequestro (...) il giornale aveva cominciato a tenere un contegno tra il prudente e (a parer mio) l’indifferente. Nessuno dell'“Ora”, sebbene casa nostra brulicasse di inviati e corrispondenti, era più venuto da noi; e gli articoli su un fatto tanto clamoroso e che toccava direttamente il giornale di mio padre erano affidati alle giovani leve del quotidiano (...)».
Sulla scena compare poi improvvisamente anche un «inquietante personaggio», come lo definisce Viviano. Si tratta di un commercialista palermitano amico di Guarrasi, che quando ancora nessuno sa del rapimento di De Mauro, telefona a casa sua tentando di indirizzare le indagini su una pista che non avrebbe portato a nulla. Il commercialista finì agli arresti, poi venne rimesso in libertà: gli indizi a suo carico caddero.