De Mita vuol morire democristiano: lasciato il Pd, si candida con Casini

Nonostante le abbia sbagliate tutte negli ultimi anni, Ciriaco De Mita non demorde. Con ardimento di cui gli va dato atto, si candida alle elezioni europee come capolista dell’Udc nella Circoscrizione meridionale. Altrettanto coraggio, venato di masochismo, va riconosciuto a Pierferdy Casini, leader dell’Udc, che punta le sue carte sulla nobile cariatide.
Su entrambi grava però l’ombra della recidiva. Alle politiche dell’anno scorso, infatti, il Nuschese - da Nusco, il borgo natio nel contado di Avellino - era già stato capolista Udc per il Senato in Campania. Sia lui che Casini, memori degli antichi fasti, pensavano di mietere consensi tra le proverbiali clientele di quello che fu il ras dc dell’Irpinia. Ne seguì invece un’avvilente trombatura. La prima di De Mita che per 45 anni era stato ininterrottamente eletto: undici volte nel Parlamento nazionale, una in quello di Strasburgo. Fatti quattro conti, Ciriaco è perciò titolare di una delle più belle pensioni politiche e, però, delle più drammaticamente inutili. Anziché goderla in pace dispensando pillole di saggezza come ogni grande vecchio, continua a saltellare sul ring. Se l’immagine del pugile suonato vi sembra irriverente, non la userò per primo. Ma se lo bocciano anche a giugno, il riferimento sarà inevitabile.
Alle nuove generazioni, il nome di De Mita dirà poco. Da un quindicennio vivacchia ai margini della scena nazionale. Ha ancora un certo potere irpino, più che altro però come ombrello sotto il quale le nuove leve armeggiano in proprio. Il suo seguito si è assottigliato e il prestigio appannato. Come spesso accade negli anziani che non demordono, Ciriaco a 81 anni è tornato da dove era partito. Negli anni Cinquanta incarnava le speranze ed era noto ai membri della sua numerosa famiglia: mamma, papà e sei fratelli. Negli anni Sessanta fu un politico noto tra Nusco e San’Agata dei Goti. Negli anni Settanta ebbe ribalta nazionale. Negli anni Ottanta, presidente del Consiglio, si incontrava con Gorbaciov e Bush padre. Negli anni ’90 ebbe diverse traversie, fece qualche puntata in tribunale, visse la fine della Dc e traslocò di partito in partito. Nel Duemila, i più lo persero di vista. Era il momento ideale per scrivere le sue memorie. A patto che la prosa fosse migliore della sua oratoria.
Infatti, come molti ricordano, Ciriaco era incomprensibile. Non diceva mai direttamente come la pensava. La sua premessa era sempre, un: «Immaginiamo» cui seguivano diverse ipotetiche, interrotte da chilometriche secondarie, a loro volta impreziosite dai condizionali. Nessuno alla fine ci capiva nulla. A complicare le cose, c’era il suo accento irpino. I suo celebri «ragionamendi» suonavano così: «Gombido di un polidico è dendare nuove sdrade piuddosdo che bergorrere le andiche». Nei consessi esteri fu la dannazione dei traduttori.
Nessuno di noi, parlo dei giornalisti, si azzardò mai a riassumere i «ragionamendi» con parole povere poiché ogni traslazione era considerata impossibile. Così, sui giornali comparivano le frasi originali e, per lustri, i lettori saltavano il virgolettato, passando oltre. Serissimi studiosi dell’informazione stabilirono che De Mita era all’origine della perdita di copie dei quotidiani.
Nacque allora il luogo comune, tuttora ripetuto, ma in sé falso, che i giornali si occupano troppo di politica. In realtà, parlavano troppo delle uscite di Ciriaco. Si pensò così di aggirare l’ostacolo linguistico irpinate inventando - tappa fondamentale del giornalismo degli anni Ottanta - rubriche di pettegolezzi politici, indiscrezioni e dietro le quinte che consentivano di parlare di De Mita, delle sue baruffe con Bettino Craxi, ecc. in pedestre italiano non corrotto dal nuschese. Successo immediato e ripresa delle vendite.
Tuttavia finché fu in auge, la cripticità di Ciriaco passò per intelligenza. Il primo a ribellarsi alla vulgata fu Gianni Agnelli che definì il suddetto: «Intellettuale della Magna Grecia», ossia azzeccagarbugli parmenideo. Al che gli fece eco Indro Montanelli con un micidiale: «Intellettuale della Magna Grecia? Io però non capisco cosa c’entri la Grecia». Cioè, gli lasciò solo il «magna» con perfida allusione ai maneggi, alle clientele, alle prebende distribuite in quel di Avellino. Dopodiché, tra Ciriaco e Indro si instaurò un’antipatia omerica cementata da un articolo di fondo di Montanelli che dette del «padrino» al Nuschese. Costui, fingendo di capire che era stato trattato da mafioso, anziché da intrallazzatore politico, querelò. Indro fu condannato dal Tribunale a un’ammenda simbolica contro il parere del pm che, considerando assolutamente appropriato l’epiteto, ne aveva chiesto l’assoluzione.
Eravamo rimasti al Duemila, quando molti avevano perso di vista Ciriaco ormai in declino. Chi invece continuò a osservarlo stupì nel vedere che collezionava errori. Si capì subito che li commetteva allo scopo di poter ancora galleggiare nonostante fosse un colabrodo passato di moda.
Il primo passo falso fu confluire nella Margherita di Ciccio Rutelli, l’ex radicale mangiapreti diventato papista, accettando la dissoluzione del Partito popolare, l’erede della Dc. Era chiaro che facendolo abbandonava il suo alveo dove ancora, bene o male, qualcuno lo stava a sentire. Gerardo Bianco, un irpino candido, suo amico di giovinezza e avversario interno, lo supplicò di non farlo. «Credi di seguire l'onda ma sarai fagocitato», gli disse e gli propose un’alternativa: mantenere un piccolo Partito popolare limitato alla Campania alleato della Margherita. Una soluzione analoga alla Cdu bavarese federata alla Csu, la Dc tedesca. «Sei il solito poeta», gli rispose Magna Grecia col tono del so tutto mi. Poiché Bianco, professore di Lettere e patito di carmi virgiliani, è effettivamente un po’ poeta, Ciriaco ebbe partita vinta. Molti degli ex dc lo seguirono nel trasloco e obtorto collo finì per farlo anche Bianco. Ma che Gerardo avesse ragione, fu presto chiaro.
Nel nuovo partito, De Mita contò subito come il due di briscola (cioè nulla). Nelle decisioni non poteva mettere becco, i suoi «ragionamendi» finivano nel vuoto. Tuttavia, ebbe il contentino che voleva: il seggio in Parlamento col quale poteva sentirsi vivo. Ciriaco è infatti di quelli che sono convinti di potere ancora dare il meglio di sé anche se stracotti. Ci sono vecchioni fatti così. Tempra di ferro, saggezza sotto i tacchi.
Il redde rationem arrivò inesorabile nel 2002. Cicciobello, d’accordo con gli ex comunisti e gli ex dc di sinistra, decise la fusione fredda degli antipodi nel Pd. De Mita, sempre per i soliti motivi del tornaconto personale, si mise subito a disposizione. Disperato, Bianco tornò alla carica e, con relativa fantasia, gli suggerì di nuovo di mantenere un nucleo democristiano separato. In pratica, una Margherita autonoma non intruppata con i diessini. Sgarbatamente, Ciriaco decretò che Gerardo era un seccatore. «Se ne torni al suo ladinorum ghe di polidiga non gabisce un gagghio», disse ai suoi seguaci. Seguì tra i due la rottura definitiva. Mentre Bianco sprofondava negli esametri virgiliani, De Mita fece il suo ingresso nel Pd veltroniano, convinto di potere ancora sopravvivere contro tutte le statistiche sulla quarta età.
Sbagliava. Non fu neanche tollerato. Il primo atto di Walter Veltroni fu di escludere dalle elezioni 2008 tutti quelli che avevano più di tre legislature alle spalle. Salvo eccezioni: lui, D’Alema, Fassino, Rosy Bindi e altri amichetti suoi. Il Nuschese fu tagliato fuori. Alle sue rimostranze, Walter replicò: «Dopo 45 anni, mi sembra che tu possa stare a casa». Gli propose in cambio - si disse - di candidare la figlia Antonia, oppure il nipote prediletto Giuseppe (da non confondere con l’altro e più noto Giuseppe, suo nipote pure lui, ma da decenni ribelle allo zio). Pare che De Mita, offeso ma con le spalle al muro, stesse per cedere. Ma che qui - dicono - sia intervenuta la leggendaria Anna Scarinzi, sua moglie, apostrofandolo: «Ricordati chi sei. Non ti possono trattare così». Ciriaco allora, ritrovato l’orgoglio, convocò la stampa e annunciò: «Sono vittima dell’età. Mi ribello e lascio questo partito». «Per fare che?», gli fu chiesto: «Fare politica contro il Pd, perché, sia chiaro: io l’ultimo comizio lo farò quando muoio». Quando lesse i giornali, Veltroni, nonostante la pancetta, capriolò. Bianco scosse la testa. Il Corsera si commosse e salutò l’addio con un «è fatto così: totus politicus». Ossia: non è un uomo ma un seggio in Parlamento.
È così che De Mita, ramingando nell’Udc di Casini, tenta ora di riacciuffare lo scranno numero dodici in quel di Strasburgo. Il che ha permesso a me, nel rievocare le gesta demitiane, di limitarmi alle ultime mosse, facendovi grazia delle più remote. Sarebbe stato di cattivo auspicio.
Di un uomo in marcia non si tirano bilanci definitivi. Dunque, ad maiora Ciriaco da Nusco.