Dell’Elce sceglie Bossi: il mio alleato preferito è «sinistrato» come me

Il sottosegretario all’Attuazione del programma si salvò dopo un incidente in elicottero e tre settimane in coma

La storia dell’incidente con l’elicottero, Giovanni Dell’Elce se la porta ancora dentro. Ma fuori, sta un fiore. È un tipo alto e dinoccolato. Forse un po’ magrolino, visto così in maniche di camicia al centro del suo studio di sottosegretario Fi al Programma di governo.
«Ti pensavo più in carne con tutti gli hamburger che ti sarai pappato in gioventù», dico, alludendo agli anni in cui Dell’Elce è stato top manager di McDonald’s, in Italia e negli Usa.
«Se è per questo ho bazzicato anche altre cibarie. Il mio mondo di lavoro è stato quello del catering e dei supermercati, da Gemeaz a Esselunga», ride.
«Ti ricordo anche alla Mondadori, direttore generale dei Libri. Sei passato dagli stomaci al nutrimento dei cervelli», dico.
«Un’idea di Franco Tatò, l’allora aamministratore delegato. Per vendere i libri non voleva uno del settore, ma un esperto di grande distribuzione. Pareva una stranezza, ma ebbe ragione. Il primo anno feci un fatturato record e Silvio Berlusconi volle conoscermi. Era il 1995, dopo il ribaltone di Bossi», dice, gongolando al ricordo.
«E il patron si complimentò perché smerciavi libri come prosciutti», anticipo.
«Mi disse: “Ho bisogno di rilanciare questa mia grossa azienda. Lei è l’uomo adatto”. Ha ripetuto varie volte, “la mia azienda”, senza farne il nome. Io pensavo alla Standa o simili. Venne invece fuori che si riferiva a Forza Italia...».
«Aziendalismo lombardo», chioso.
«... Mi voleva in politica. Così, sono deputato dal ’96. Ora però ti presento un amico». Va nella stanza a fianco e torna con Gianni Cutilli, il più stretto collaboratore.
«Sono dieci anni che lavoriamo insieme come gemelli. È abruzzese come me», dice con affetto e orgoglio etnico. Sediamo e vuole che stia al centro tra loro due. «Sei tu che conduci il gioco», dice.
«Hai detto “abruzzese” con l’acquolina in bocca», osservo.
«È una parte essenziale di me. Negli Usa quando mi chiedevano di dove fossi, dicevo prima abruzzese, poi italiano. In parte, devo alla mia abruzzesità se sono uscito dal coma dell’incidente», dice.
«Cioè?».
«Mentre ero in ospedale senza coscienza, non vedevo il tunnel di cui parlano tanti che hanno avuto la mia esperienza. Ma continuavo a ripetere nel cervello: “Voglio svegliarmi, voglio svegliarmi”. Era la testardaggine della mia terra», dice.
Forse ricorderete. Nel marzo 2002, un elicottero porta a Courmayeur per una manifestazione Dell’Elce e altri tre di Fi. Atterrato, il pilota toglie le marce, ma lascia il motore acceso. Scarica i tre che stavano dietro, Antonio Tajani e i sottosegretari Vegas e Pescante. Poi apre il portellone anteriore per fare scendere Dell’Elce. Ma l’elicottero in balia di se stesso, riprende all’improvviso quota, si impenna e precipita al suolo da vari metri. Dell’Elce resta in coma tre settimane. Si risveglia per miracolo e passa otto mesi in riabilitazione.
«Che ti resta di quel trauma?», chiedo.
«Fisicamente quasi nulla. Ma dentro sono un altro. Ho rivisto i valori della vita. Se prima pensavo molto al lavoro, oggi prevale la famiglia. Tutt’oggi, i miei due figli soffrono quando mi allontano da casa», dice, accavallando emozionato le parole.
«Credi nella provvidenza?».
«Sempre stato credente. Penso che da lassù mia madre e mio padre mi abbiano visto, protetto e fatto uscire da questa situazione gravissima. Oggi, dico di essere stato miracolato».
«Sull’incidente hai scritto un libro».
«Centocinquanta pagine in cui ho parlato del mio trauma, dell’aiuto che mi ha dato la famiglia e anche il partito. Un libro che molti hanno letto e che ho presentato un paio di volte a Porta a Porta».
«Con un peccato di gusto: l’hai pubblicato con Mondadori di cui eri stato un pezzo grosso».
«Volevo che fosse la mia azienda a raccontare quello che mi era successo. Il direttore, Gian Arturo Ferrari, mi ha incoraggiato e ha trovato il titolo, L’incidente. Non volevo certo profittare. Altri miei libri li ho scritti per altri editori».
«L’elicotterista è stato condannato. Lo avevi querelato, ma poi hai rimesso la querela. Com’è?».
«Mi sono accordato con l’assicurazione prima che si concludesse il processo. In ogni modo, ho sempre pensato che il pilota si fosse comportato con leggerezza. Non si abbandona la guida col motore acceso», dice esausto. Cutilli mi guarda supplichevole perché cambi argomento e mi fa sentire un verme. Obbedisco all’istante.
Eri sottosegretario alle Attività produttive. Ora sei al Programma, piccolo ministero senza portafoglio. Retrocessione?
«Anzi. In questa coda di legislatura, avrò il compito enorme di fare sapere agli italiani quanto di buono è stato fatto dal governo, colmando il deficit di comunicazione che c’è stato fin qui».
Le tue aspirazioni da ministro sono però frustrate.
«Mai pensato di fare il ministro. Mi ha sempre interessato essere utile alla gente. L’unico successo cui un politico deve mirare».
Il tuo ex ministro, Marzano, è stato scalzato per fare posto al pupillo del Cav, Scajola. Nepotismo berlusconiano?
«Marzano è un gran signore. Il tipico notabile universitario che teorizza i problemi e lascia ad altri la realizzazione. Ma si era circondato di persone che hanno pensato più a sé che ad aiutarlo. Scajola invece è un tipo determinato e instancabile».
Come ti trovi col tuo nuovo ministro, il quarantacinquenne Caldoro, il cui partito, il Nuovo Psi, tresca con l’Ulivo?
«Caldoro è mio coetaneo e ha tanta voglia di fare, come me. Lavoreremo bene. Tra noi parliamo solo del governo, mai di politica».
Per l’Ocse siamo il Paese più in crisi dell’Ue. Grazie Cav?
«Colpa di un’inerzia decennale dei governi precedenti che ci hanno lasciato con buchi di bilancio e di infrastrutture. Ovvio poi che un Paese fragile sia preda della crisi mondiale».
L’industria non tira.
«Ha detto bene Siniscalco: gli industriali devono investire nelle aziende, non in finanza per arricchirsi. Sembrava l’identikit di Carlo De Benedetti».
Montezemolo, attacca il governo. Se avesse più pudore, coi chiari di luna delle sue aziende, Fiat e Ferrari?
«Lui fiuta gli odori. Qualcuno gli ha detto che il vento è favorevole all’Ulivo e ora spera di ingraziarselo. Per me, sbaglia. Gli suggerisco più fiducia nel governo e più attenzione alla Fiat».
Fi è una frana. Bondi e Cicchitto sono i tipi giusti per il 2006?
«Sono due galantuomini. Speriamo che il loro talento sia all’altezza della moralità».
Il Cav, dopo avere snobbato Fi, vuole ora sostituirla col partito unico del centrodestra. Requiem per Fi?
«L’idea del partito unico è positiva. Ma bisogna comunque rafforzare ora Fi perché all’interno del nuovo partito le sue idee siano protagoniste».
Non afferro il ruolo di Tremonti, né in Fi, né nel governo. Tu?
«Tremonti è geniale. Di un genio non si può fare a meno. È come Diego Armando: può anche stare fermo in campo 44 minuti, ma nell’ultimo risolve la partita».
Passi per consigliere segreto del Cav. Confermi?
«Sono un collaboratore leale, a totale disposizione. Se chiede, rispondo».
Che pensi del Cav?
«Grande umanità. Dopo l’incidente, è stato molto vicino a me e alla mia famiglia. Telefonava di continuo, nonostante le incombenze. I miei figli lo considerano un padre. Visto quello che ho vissuto, sono tra i pochi che possono dire: l’uomo c’è, un uomo vero, un uomo...».
Basta. Abbiamo capito.
«Mi dà un fastidio boia quando sento l’opposizione parlarne tanto male, anche sul piano personale. Bisogna conoscerlo per capirne l’umanità. Vorrei che anche l’Italia se ne rendesse conto».
Di quali alleati, Fini, Follini, Bossi, temi di più le imboscate?
«Apprezzo molto la lealtà e coerenza di Bossi. Forse è una solidarietà tra sinistrati».
Casini vuole essere l’Aznar d’Italia da subito. Ti sorride?
«Di qui a dieci anni, è un’ottima possibilità che mi sorriderebbe. Augurandogli, naturalmente, miglior destino di Aznar».
Nel 2006, la Cdl perde ai punti o per ko?
«Vince e basta. Guarda in che condizioni sono gli altri».
Rutelli fa già campagna acquisti nella Cdl e si smarca da Prodi per prendere voti a destra.
«Spero che la tattica non abbia successo, ma è insidiosa. Un autentico cavallo di Troia. È straordinario che questa abile manovra furbesca non sia stata capita dai suoi alleati e gli abbia attirato tante ire».
Vittorio Sgarbi è già nell’Ulivo. Bobo Craxi e Gianni De Michelis trattano con Fassino e Boselli.
«Tutta gente che trasloca per conservare la poltrona. Una politica che non mi piace. Non so se avranno lo strapuntino, di certo perdono la faccia».
Vivi a Milano ma sei eletto a Chieti nel tuo Abruzzo. Quando mai vai nel collegio?
«Prima ci andavo ogni settimana. Dopo l’incidente, una volta al mese. Ma ogni abruzzese che ha bisogno di me, conosce la strada dove trovarmi».
Non devi avere fatto un gran lavoro se la Regione è passata da Fi all’ulivista Ottaviano Del Turco.
«Quando seguivo in prima persona, prima dell’incidente, andava tutto bene. Poi, le cose si sono aggravate e anche Fi locale è cambiata. Sai che mi hanno detto dopo la vittoria i miei amici deputati abruzzesi dell’opposizione?».
Dalla faccia che fai, è una fesseria.
«“Dobbiamo ringraziare l’elicottero”. E hanno colto l’unico lato positivo - per loro - di quel maledetto incidente».

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