È la democrazia a salvare noi liberali?

Democrazia e liberalismo non sono la stessa cosa. Non occorre, anche se può essere molto utile, leggere il classico di Norberto Bobbio su Liberalismo e democrazia per comprendere come essere siano due risposte a due domande essenzialmente diverse. Molto più abilmente più di un secolo prima Alexis de Tocqueville scriveva della tirannia della maggioranza. Insomma poneva la questione sullo stesso piano, nella soluzione dei problemi: e riscontrava come ci potesse essere un conflitto tra il metodo democratico e quello liberale. Pur apprezzando - come da titolo del suo celebre saggio - La democrazia in America, ne tracciava impietosamente i limiti: «In America, la maggioranza traccia un cerchio formidabile intorno al pensiero. Nell'ambito di questi limiti lo scrittore è libero; ma guai a lui se osa uscirne».

E ciò che poi oggi definiamo il politicamente corretto, è l'idea che discutere di Harvey Weinstein sia possibile solo in una unica forma. Tocqueville e Asia Argento, si parva licet, conoscono i meccanismi perversi della narrazione americana. E il nostro aristocratico francese continua: «Sotto il governo assoluto di uno solo, il dispotismo, per arrivare all'anima colpiva grossolanamente il corpo: e l'anima sfuggendo a quei colpi, s'elevava gloriosa al di sopra di esso; ma nelle repubbliche democratiche la tirannide non procede affatto in quel modo: essa trascura il corpo e va dritta all'anima. Il padrone non dice più con me o morirai: dice sei libero di non pensare come me; la tua vita, i tuoi beni tutto ti resta; ma da questo giorno tu sei uno straniero tra noi. Conserverai i tuoi privilegi di cittadinanza, ma essi diverranno inutili». E così via.

Ecco perché mi ha colpito una considerazione recente fatta dall'amico Dino Cofrancesco e che ha utilizzato la democrazia come nostra (intesa come nostra, liberale) scialuppa in questo turbolento momento politico. Scrive Cofrancesco: «Luigi De Siervo sostiene su Repubblica che sarebbe incostituzionale avere nella squadra di governo Paolo Savona, fautore di una Brexit italiana ... Mi domando: che razza di costituzionalisti abbiamo in Italia? Se la Costituzione ci impedisse davvero la Brexit vorrebbe dire che quanto è possibile per gli Inglesi non lo è per gli Italiani e che, quindi, configurando la nostra Costituzione un sistema politico meno democratico di quello inglese, sarebbe proprio il caso di rivederla. Soprattutto perché non è la Costituzione italiana (antifascista, nata dalla Resistenza e bla bla bla) che nobilita la democrazia ma è la democrazia a dover passare al vaglio la Costituzione. O sbaglio? Come vedete, mi preoccupo, come sempre, più delle regole del gioco che della posta in gioco. Voterei senz'altro contro la Brexit italiana ma riterrei lesivo dei diritti del popolo sovrano non dargli la possibilità di pronunciarsi al riguardo». Insomma è la democrazia a salvare noi liberali?

Commenti

Maver

Mar, 29/05/2018 - 10:29

A me pare che il liberalismo possieda una indubbia base democratica laddove si prodiga affinché tutti possano usufruire delle medesime prerogative di partenza, ma solo come chance iniziale. Il passo successivo infatti è la selezione dei migliori e sul crinale di questo darwinismo sociale (a nome meritocrazia), inizia anche l'allontanamento definitivo da quanti (i più) intendono la Democrazia come forma di governo nella quale tutti indistintamente (e a prescindere), possano essere garantiti nei loro diritti alla partecipazione politica. Il Liberalismo dal canto suo promuove un unico ambito di realizzazione (personale ed individualistico): il Mercato, ove l'intera esistenza viene monetizzata.

Maver

Mar, 29/05/2018 - 10:30

E' evidente allora che se il Liberalismo è determinato a promuovere e difendere principalmente le ragioni del Mercato (unitamente agli impegni che questo comporta), la chiamata alle urne si presenterà ai suoi occhi come uno strumento assai imperfetto per il mantenimento dello status quò. Anzi, potrà determinare persino l'assunzione di posizione paradossali per il Liberalismo stesso laddove l'autorità statale (massimamente temuta dai cultori del Laissez-faire) rischierà di riaffermarsi come unico strumento efficace per contenere eventuali spinte populiste (di natura socialistoide), al punto da giustificare (non senza sfumature patetiche) i richiami ad una dimensione quasi "sacrale" delle istituzioni. Mi pare che oggi in questo Occidente, noi tutti si faccia i conti con il paradosso.