Demoni e sciamani per guarire

Salute, malattia, tradizioni e pratiche terapeutiche delle popolazioni nel mondo che hanno conservato intatta la tradizione antica e popolare della cura, attraverso il ricorso a rimedi naturali e alla condivisione dello spazio sociale con il sofferente. Di questo si occupa l'etnomedicina.
A Genova proprio a questa disciplina è dedicato un Museo, praticamente sconosciuto e un po' difficile da trovare (è al quarto piano di via Balbi 4, Dipartimento di Scienze Antropologiche) ma straordinario nel suo genere: è il Museo di Etnomedicina fondato da Antonio Scarpa, e, dallo stesso professore, costruito in 60 anni di viaggi e ricerche in tutti i paesi del mondo.
«Il professor Scarpa, a partire dal 1938, dedicò la sua vita alla raccolta, alla conservazione e alla valorizzazione di oggetti legati alle diverse tradizioni mediche del mondo - ci racconta Federica Micucci, laureata in Storia Moderna e collaboratrice del professor Antonio Guerci, attuale conservatore del museo, - faceva due “crociere” della durata di poco meno di sei mesi ogni anno, portava con sé sua moglie che però lasciava per lunghi periodi sola a bordo mentre lui studiava i territori e le popolazioni muovendosi con tutti i mezzi tipici del luogo. Il suo obbiettivo era raccogliere tutto quello che poteva far meglio comprendere anche la mentalità delle popolazioni perché la medicina è strettamente connessa alla cultura».
Il Museo è un vero unicum nel panorama museale internazionale, possiede una collezione di circa 1500 oggetti (strumenti, rimedi, testi, fotografie...), provenienti da oltre 100 gruppi umani legati alle diverse tradizioni mediche del mondo.
Ciascun oggetto porta con sé una storia complessa, una fitta tela di rimandi antropologici, fisiologici, anatomici, linguistici e culturali che lo legano in modo indissolubile alla cultura e alla storia particolari da cui proviene; altri ancora hanno rivelato proprietà terapeutiche talmente efficaci da poter essere considerate come vero e proprio patrimonio dell'umanità.
Scarpa ha una formazione scientifica tradizionale, è un medico occidentale e, da buon scienziato, cercò di superare l'impostazione e gli schemi classici confrontandosi con modelli culturali nuovi e con tradizioni mediche differenti. «È un patrimonio ricchissimo e importante - continua Federica Micucci - che il professor Guerci non solo mantiene e conserva, ma arricchisce continuando i viaggi e la raccolta di sapere e materiale. Purtroppo però il poco spazio a nostra disposizione non ci permette di esporre tutto ciò che abbiamo».
Effettivamente gli spazi che ospitano il museo sono angusti, ma l'ambiente ha un fascino particolare.
Gli oggetti esposti sono stati classificati secondo due diversi criteri: una suddivisione cronologica e una geografico-temporale. L'itinerario museale inizia con la medicina Ayurvedica, che appartiene alla tradizione indiana: questo museo è l'unico al mondo ad avere le maschere dei 18 sannia, cioè i demoni portatori di malattie, appartenenti alla tradizione demonologica ayurvedica. Si prosegue con la medicina tradizionale cinese, araba, africana e dell'oceania.
Antonio Scarpa ha lasciato, dunque, un patrimonio prezioso. Testi, fotografie e oggetti che in alcuni casi sono andati estinti persino nei gruppi umani da cui provengono.
Ma quale può essere l'importanza di una scienza come l'etnomedicina ancora sconosciuta al vasto pubblico e quali risorse può apportare alla nostra medicina?
La nostra medicina ipertecnologica forse dovrebbe tenere più in considerazione un semplice assunto comune a gran parte dei modelli etnomedici: il processo di guarigione per l'ammalato ha inizio con la notizia dell'avvicinarsi alla sua capanna da parte del guaritore. In questo modo potrà nascere una medicina più attenta ai reali bisogni del malato e più consapevole del fatto che, come sostiene Geertz - antropologo americano recentemente scomparso -, dal primo vagito all'ultimo respiro ogni individuo è composto di soma, psiche e polis e che quindi egli è contemporaneamente corpo, persona ed essere sociale.