Dentifricio tossico Ora fa paura il made in China

Sotto accusa altre merci provenienti da Pechino Aduc e Coldiretti: «Mancano i controlli»

da Milano

Bisognerà aspettare qualche giorno, il tempo che i camici bianchi dell’Istituto superiore di sanità diano il proprio responso, per avere certezze sulla pericolosità dei dentifrici cinesi sequestrati in tutta Italia. I carabinieri del Nas hanno inviato all’Istituto superiore di sanità 61 campioni delle confezioni sequestrate (tubetti col marchio Colgate contraffatto e le istruzioni in inglese piene di errori di ortografia).
Il blitz dei militari in camice bianco intanto è bastato a scatenare la preoccupazione dei consumatori, i j’accuse anticinesi dei produttori italiani e i «ve l’avevamo detto» delle associazioni dei consumatori. Il tutto ruota intorno a un caso internazionale molto più grande e complesso del semplice sequestro dei dentifrici venduti nei negozi «tutto a un euro». Resta da verificare la possibile contaminazione della pasta dentifricia con batteri o con una sostanza chimica, il glicole detilene, solvente usato per i liquidi antigelo, già posto sotto accusa a Panama, dove era presente in dosi eccessive in una medicina per la tosse. Sulla quantità massima ammessa di questa sostanza le autorità europee e quelle cinesi hanno valutazioni diverse.
Sulla tossicità dei dentifrici, se gli esperti si esprimono con preoccupazione ma anche con cautela, un’associazione di consumatori, l’Aduc, ha molti meno dubbi: «Con i prodotti cinesi c’è rischio per la salute e non ci sono controlli - protesta il presidente Primo Mastrantoni - noi l’avevamo detto, ma le autorità hanno dormito. Il prossimo allarme? Attenzione all’olio, che viene mischiato con quello che viene dall’Africa». Rincara Coldiretti citando dati che vengono dal governo di Pechino: «Un prodotto su cinque circolante sul mercato cinese è di scarsa qualità. Un fatto particolarmente preoccupante per l’Italia, visto che, nei primi tre mesi del 2007, l’importazione da quel Paese è aumentata del 78%. Per il concentrato di pomodoro ad esempio, che rappresenta un terzo dell’import dalla Cina, non ci sono norme che evitino che sia venduto come made in Italy». La preoccupazione per la qualità dei prodotti, tra l’altro, sta emergendo anche tra i consumatori cinesi. Tanto che le autorità nazionali avrebbero già fatto ricorso alla «balia di internet», il sistema di controllo che limita le informazioni reperibili sul web. L’alto versante della polemica riguarda i diritti umani. «Una parte di quei prodotti - dice Toni Brandi, presidente della sezione italiana della Laogai research foundation - vengono dai Laogai, campi di lavoro in cui le condizioni di vita sono orribili. In America esistono anche leggi contro l’importazione dei prodotti del lavoro forzato ma le stesse sono raramente applicate. Perché l’Unione Europea non pretende da importatori cinesi o dalle multinazionali che importano prodotti manufatti in Cina le stesse regole di igiene e di sicurezza che pretende da produttori europei?».
Arriverà una stretta alle frontiere? Il problema non è così semplice, visti gli interessi in gioco (compresi quelli dei consumatori che grazie all’import da Pechino pagano meno alcune merci).
La polemica che ha iniziato a scaldarsi ieri nella penisola è già rovente negli Stati Uniti, dove la Food and drugs administration ha ritirato dal mercato migliaia di scatolette di cibi per animali, dopo che molte bestiole domestiche sono morte. E l’Fda ha la guardia alzata anche su pesce e crostacei di provenienza asiatica e ha bloccato 450mila pneumatici ritenuti poco sicuri. Pechino ha subito reagito denunciando un boicottaggio mascherato da difesa della salute. Ed ecco le contromisure: il 26 giugno un carico di polpa d’arancia americana è statoa bloccato alla frontiera cinese ribaltando l’accusa: «È contaminata». C’è aria di guerra commerciale su scala globale.