La deriva spagnola

Quando Zapatero contro le previsioni della vigilia vinse le elezioni in Spagna, fu subito chiaro che sui temi «etici» - quelli che riguardano il rapporto tra identità e tradizione e, dunque, tra concezione della vita e progresso scientifico - il suo governo avrebbe assunto una linea illuminista. Avrebbe privilegiato, cioè, la convinzione che non esistano valori fondanti indisponibili in quanto riferibili a un'idea di dignità della persona umana condivisa da laici e cattolici, perché accessibile sia attraverso la fede che la ragione. Questa negazione lo ha spinto ad assecondare la pretesa che ogni desiderio si trasformi in diritto, senza preoccuparsi troppo delle conseguenze che comporta sulla tenuta della società. L'equilibrio di quest'ultima, secondo lo zapaterismo, deve essere ricercato non nella sintesi tra tradizione e modernità, ma in un eterno divenire, da regolare nel tempo attraverso la previsione di diritti sempre nuovi.
Zapatero ha intrapreso questa linea a viso aperto. Nella cattolica Spagna ha concesso il matrimonio tra omosessuali; il cosiddetto divorzio veloce che consente di lasciarsi in tre mesi senza un periodo di separazione e, nel campo della bioetica, si è spinto fino a consentire l'inseminazione artificiale per coppie omosessuali e a prevedere una nuova legge sulla riproduzione assistita che permette la clonazione terapeutica.
In Italia, nonostante nell'attuale maggioranza vi siano forze che individuano nello zapaterismo un modello da emulare, avrei scommesso che non sarebbe accaduto nulla di simile. In tal senso, già prima delle elezioni, era di buon auspicio che il candidato premier della sinistra fosse un cattolico, per quanto adulto. I risultati elettorali hanno poi rafforzato la speranza. La «vittoria risicata», infatti, ha concesso a dei cattolici meno adulti di Prodi (e forse per questo più sinceri), una sorta di potere di veto. Bobba, Binetti e pochi altri posseggono, con il loro voto parlamentare, l'arma per impedire che nuovi diritti «progressivi» vengano a infliggere nuove perdite a quel nucleo di valori previi che Benedetto XVI, dal punto di vista suo e della Chiesa, ritiene indisponibili.
Mi sono sbagliato. Questo primo scorcio di legislatura ha chiarito che, se il metodo e i tempi saranno diversi, la deriva italiana non sarà invece differente da quella spagnola. Fa fede quanto è accaduto il 30 maggio scorso al Consiglio dell'Unione Europea. Lì il Ministro Mussi, adducendo motivi di coscienza, ha ritirato la firma dell'Italia alla dichiarazione etica in virtù della quale ogni Paese dell'Unione sarebbe stato libero di decidere se finanziare o meno ricerche che avrebbero comportato la distruzione d'embrioni. Gli europei, evidentemente, hanno uno strano modo di considerare la coscienza. Buttiglione, a suo tempo, fu messo alla gogna per aver detto che avrebbe rispettato le decisioni dell'Unione anche nel caso queste avessero contrastato con la sua coscienza di cattolico. A Mussi, invece, è concesso senza tema di smentite di far valere la propria coscienza individuale a fronte di un risultato referendario che ha visto il 75% degli italiani non appoggiare la richiesta di abrogazione della legge che regola la fecondazione assistita.
Infatti, la dichiarazione del vice-premier Rutelli per la quale la decisione di Mussi non avrebbe impegnato il governo si sta rivelando niente più che un gioco delle parti. La firma dell'Italia è stata ritirata e il potere di blocco della dichiarazione etica è così venuto meno. Per questo il 15 giugno a Bruxelles l'Europa potrà votare per il finanziamento obbligatorio alle ricerche sulle cellule staminali embrionali. E di riflesso in Italia, in tal modo, il risultato del referendum celebratosi giusto un anno fa sarà di fatto smentito e vanificato.
A questo punto risulta più chiaro in cosa consista lo «zapaterismo all'italiana». Sui temi etici, a differenza della Spagna, non si assumono posizioni chiare e aperte. Quella che la sinistra considera «resistenza clericale» la si aggira procedendo per piccoli passi e grandi furbizie. Ovvero, trasferendo i problemi sul tavolo europeo. Il dissenso interno alla coalizione lo si annega poi nel «dialoghismo» di «tavoli» presunti etici, affidati alle cure di qualche Amato dottor Sottile. E così, passo dopo passo, casamatta dopo casamatta, anche l'Italia si adeguerà alla vulgata relativista in voga in quasi tutta Europa.
Che a questo metodo cedano Bobba, Binetti e la minoranza cattolica dell'Unione può non far piacere ma si deve comprendere. In fondo, scissi tra la loro coscienza e la tenuta della loro coalizione, questi cattolici sono alla ricerca di un compromesso impossibile. Ma che a cascarvi sia l'opposizione sarebbe, invece, diabolico. Partecipare a «tavoli», intergruppi, accordi trasversali significa alimentare, magari involontariamente, il gramscian-zapaterismo dell'Unione. Il luogo del dialogo (e, se del caso, del compromesso) deve essere solo il Parlamento. L'opposizione ha il dovere di fare il possibile per portare queste tematiche, sempre più dirimenti, nelle aule parlamentari. È il modo più efficace per concedere loro il rilievo che meritano. E per evitare che l'Italia smarrisca la sua identità, senza che neppure se ne accorga.