Destra sociale non ci sta, processo ai leader

L’accusa: «Dovevamo prendere in mano il partito». La difesa: «Le nostre ragioni sono state ascoltate»

Francesco Kamel

da Roma

«Siamo stanchi di andare al massacro» ha sbottato uno dei fedelissimi di Gianni Alemanno proprio in faccia al suo leader. Si è da poco conclusa l’assemblea nazionale e subito è cominciato un duro confronto interno alla Destra sociale, un vero processo ai propri capicorrente. L’accordo «unitario» raggiunto sull’ordine del giorno ha scontentato molti che invece volevano la «conta».
E così, chiusi i lavori e finita la conferenza stampa di Gianfranco Fini, è andata avanti una seduta di psicoanalisi collettiva che ha visto impegnati i leader di Destra Sociale alle prese con la contrarietà della «base» per l’ennesima «occasione mancata» di una «resa dei conti» con Fini. Gianni Alemanno, Francesco Storace e Andrea Augello sono rimasti per due ore con una cinquantina di componenti della corrente. È stato un confronto teso, con molto nervosismo figlio della delusione di chi prima del voto assembleare, era convinto di poter dare un vero altolà a Fini. Uno scontro frontale per rimarcare una differenza di valori e di comportamenti rispetto agli «altri» del partito. Per questo, quando nelle ore della mattinata si era concretizzato l'accordo unitario, nella “base“ della corrente erano montati lo sconcerto e la rabbia.
«Il problema - ha spiegato Augello - è che tutta la componente si era preparata in una lunga riunione per andare fino in fondo. Ma Fini dopo la relazione di sabato ha riflettuto e ieri ha avuto un atteggiamento differente. Ha letto lui stesso e approvato l’ordine del giorno. Una volta che erano state ascoltate le nostre ragioni non ci potevamo mettere in minoranza. Noi dovevamo guardare il dato politico». Anche Gianni Alemanno ha difeso l’accordo: «Per la prima volta abbiamo dimostrato di avere la capacità politica che ci consente di puntare i piedi per terra e dire no». Mentre Storace si è detto «contento per come è finita ma non dimentico come è iniziata. Non è che tutto può essere come prima».
Ma nonostante la soddisfazione per la «tregua», la «scelta unitaria» è risultata comunque intollerabile a chi era arrivato all’assemblea con la voglia di testimoniare un'identità forte e irrinunciabile. I militanti che ieri attraversavano nervosi i lunghi corridoi dell’Ergife non erano soddisfatti: i risultati dell'Assemblea sono stati giudicati scarsi anche perché dei tre temi su cui si era sollevata la necessità di un vero confronto - le regole, il programma e il progetto - alla fine non sono stati fissati dei punti fermi e tutto è stato rimandato. I dubbi dei militanti sono tanti: perché Alemanno non è andato fino in fondo? C’era un consenso più ampio che veniva anche da molti di Destra protagonista, perché non approfittarne?
Per chi voleva la «conta» le confermate dimissioni di Alemanno da vicepresidente del partito non bastano per testimoniare il dissenso. Per molti della Destra sociale si è persa un’occasione: se Alemanno avesse tenuto il punto sarebbe diventato il solo altro grande leader del partito, avrebbe acquisito la forza necessaria per giocare un ruolo da protagonista al congresso del 2006 e avrebbe rappresentato un'area di dissenso più ampia della stessa corrente. Invece no. La lamentela che ricorre è che tutti si sono accontentati di un ordine del giorno pasticciato dalla puntigliosa aggiunta di Fini.
Dei «frondisti», il più soddisfatto è Alfredo Mantovano. «Do un giudizio positivo ai risultati raggiunti - ha detto il sottosegretario - anche se solo alla data del 3 luglio. A oggi nessuno in An ipotizza una revisione della legge 40. È vero che Fini ha puntualizzato sulla necessità della verifica che è di tre anni dall'entrata in vigore. Questo vuol dire che almeno per due anni siamo a posto».
Ma per chi voleva la «resa dei conti» lo stato d’animo è ben diverso: «Siamo stufi di essere trattati come carne da macello».