Dette da un poeta certe parole non sono più lievi, sono macigni

Non è un mestiere di cui una comunità possa fare a meno. Soprattutto non è un vuoto peregrinare della mente intorno a visioni, associazioni mentali, parole in bilico tra microcosmi e universo. Nemmeno oggi. Nemmeno in un'epoca in cui la poesia europea proietta su carta, con mitezza e disperazione, la crisi radicale della soggettività di fronte allo sgretolamento del pensiero.
Parole, abbiamo scritto: sono gli arnesi di questo cimento, l'attrezzatura con cui scalare le proprie vette interiori. Per questo, nell'«affaire» Sanguineti, una prima certezza c'è. E lo ammettono anche, involontariamente, i compagni che non sbagliano e che cercano di prendere distanze chilometriche da quell'uscita infelice. «Sono parole da intellettuale». Come se la parola odio in bocca ad un uomo della strada avesse il significato che un'intelligenza normodotata è solita attribuirgli e, sulla lingua linda di un professore, venisse magicamente trasfigurata e non risuonasse con ancor più intensa drammaticità. Licenza poetica, ha spiegato qualcuno, cercando approdo in una frase fatta. Un trallallero apparentemente facile e pronto all'uso delle proprie corde vocali. E invece. Invece proprio perché sono parole di un intellettuale, e di un poeta, pesano come macigni. Un poeta non è forse colui che, per definizione, non usa mai le parole a caso ma - prima di farne commercio - le esplora, seziona e medita?
La parola odio, nella storia delle idee, non ha mai avuto grande fortuna. Per una semplice ragione: la verità, la «sophia», sono affini solo all'amore e alle sue molteplici forme, tanto che il termine odio non viene mai annoverato in un dizionario di filosofia. E raramente trova spazio nella coscienza dell'uomo che conosce sé stesso: è l'amore il sentimento che rende un individuo e una comunità migliori, traboccanti di energie, idee e progetti.
In Platone l'ascesi dell'anima sospinta dall'amore permetteva allo spirito di acquisire la dignità del governatore. Una dignità imperniata sulla conoscenza e sulla tensione verso il bene. Verso la bellezza. Verso la giustizia. La politica, e quindi la civitas - città e civiltà allo stesso tempo - dovrebbero essere da allora - e soprattutto oggi - intimamente intrecciate all'eros.
La poesia è ciò che custodisce la parola, la nostra stessa possibilità di abitare un consesso civile e divenirne profeti. I poeti dovrebbero essere coloro che preservano il linguaggio dagli abusi di profani malintenzionati, i guardiani dello Spirito, di un varco che ogni individuo può attraversare per compiere lo sforzo di un'esistenza autentica, singolarmente irripetibile ma universalmente incomprensibile al di fuori di quella dolce ossessione di nome amore.
Per questo Sanguineti, prima che tradire le aspirazioni di una città come Genova che in questo momento storico necessita, per riacquisire il proprio ruolo nell'Europa odierna, di un'armonia di cui raramente ha beneficiato nel corso della sua lunga vita, ha tradito la poesia: sé stesso.