Devono amputarle piede e mano Rifiuta l’operazione e muore

SCELTA Ai familiari confidava spesso che non avrebbe mai voluto vivere con un handicap

SassariHa deciso di morire piuttosto che farsi amputare un piede e una mano. Ai medici e ai magistrati chiamati dalla famiglia ha ripetuto con cenni del capo che avrebbe preferito rischiare la vita pur di non farsi operare. E così due giorni fa, nel reparto di Psichiatria dell’ospedale di Sassari, Maria Grazia Pavin, 41 anni di Laerru (Sassari), è spirata dopo essere entrata in coma irreversibile. Il 7 dicembre scorso la donna, che soffriva di attacchi di schizofrenia e periodicamente si sottoponeva a cure specifiche, era rimasta gravemente ustionata sull’ottanta per cento del corpo dopo che il suo pigiama aveva preso fuoco mentre fumava una sigaretta nei bagni dell’ospedale dove era ricoverata. Gli infermieri, allarmati dalle sue urla disperate, l’avevano trovata avvolta dalle fiamme.
I medici, qualche giorno più tardi, avevano avvertito lei e la famiglia: «Per salvarle la vita è necessaria una doppia amputazione: vuole sottoporsi all’intervento?». Maria Grazia era stata categorica: nessuna operazione. Del resto, i genitori sapevano, e lei continuava a ripeterlo ogni qual volta sentiva di tragedie, che avrebbe preferito morire piuttosto che vivere con un grave handicap. Pare che all’origine di questa scelta non ci fossero particolari motivi etici o dettami religiosi, ma solo il terrore di vivere menomata.
La svolta sulla vicenda il 18 dicembre scorso, undici giorni dopo l’incidente nei bagni del reparto di Psichiatria. I genitori, rispettando le decisioni della donna, fin da subito avevano detto che quell’intervento non si sarebbe dovuto compiere e avevano presentato un’apposita istanza alla Procura della Repubblica. Tre magistrati, due sostituti e un giudice civile, affiancati da un perito, si erano presentati in Rianimazione: Maria Grazia – ormai intubata e con gran parte del corpo devastato dalle ustioni – aveva prima risposto ad alcune domande del perito, che ne aveva appurato la lucidità, poi aveva parlato col pubblico ministero che, davanti ai genitori e al primario, le aveva chiesto ripetute volte se acconsentisse all’intervento. Lei, risoluta, aveva sempre replicato con la testa di no, pur essendo consapevole che solo con quell’operazione avrebbe avuto qualche possibilità di sopravvivere. Per oggi è prevista l’autopsia, ma sulle cause della morte i dubbi sono davvero pochi. Sconvolta la madre della donna, anche se non si dice pentita di averla assecondata: «Non potevo permettere che facessero quell’intervento a mia figlia - ha raccontato ieri la signora al quotidiano La Nuova Sardegna - Maria Grazia mi diceva sempre: “Mamma, se mi succede qualcosa, lasciatemi morire”. Se invece avessi lasciato che le amputassero una mano e un piede, e se si fosse salvata nonostante le gravissime ustioni, come avrei potuto guardarla in faccia?».
Resta invece qualche ombra sull’episodio che ha dato origine al dramma, ovvero l’incidente del 7 dicembre, quando il pigiama di Maria Grazia aveva preso fuoco, sicuramente per una scintilla partita dalla sigaretta che fumava nei bagni.
Per la madre, quella disgrazia non sarebbe mai dovuta succedere, soprattutto in un reparto, Psichiatria, che in teoria dovrebbe essere super controllato. L’Azienda sanitaria ha aperto un’inchiesta interna, ma non è escluso che la famiglia della vittima si costituisca parte civile per chiedere un risarcimento.